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Procreazione medicalmente assistita

Il termine Procreazione Medicalmente Assistita, abbreviato comunemente in PMA, corrisponde al termine inglese Assisted Reproductive Technologies, abbreviato in ART e traducibile in Tecniche di Riproduzione Assistita. PMA o ART indicano l’insieme di tutte le tecniche disponibili per ottenere un concepimento da parte di coppie con problemi di fertilità. Risalendo indietro nei decenni, le prime procedure di PMA furono sviluppate per affrontare l’infertilità maschile e consistevano nell’inserire sperma nella vagina o nell’utero, se c’erano problemi nei rapporti sessuali, che impedivano il concepimento, o se le caratteristiche degli spermatozoi non erano tali da ottenere una fecondazione in maniera naturale. Da allora le soluzioni sono diventate molto più numerose e sono stati messi a punto vari approcci utili ad affrontare l’infertilità femminile. L’infertilità è un problema non soltanto medico, ma anche sociale e con aspetti che riguardano la morale e la legge, per questo se ne parla tanto nei mezzi di comunicazione, a volte in modo poco chiaro, correndo il rischio di creare equivoci. Ad esempio, i bambini nati grazie alla PMA, che oggi sono più di 5 milioni nel mondo, sono definiti, nei mezzi di comunicazione, i “bambini in provetta”, anche se non tutte le tecniche di PMA, da cui quei bambini sono nati, comportano una fecondazione in laboratorio, ovvero in provetta. D’altra parte la notizia che attirò più attenzione su questo argomento fu quella di una bambina nata nel 1978 applicando la fertilizzazione in vitro e, da allora, il termine “bambino in provetta” viene usato per tutti i figli della PMA.

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I risultati attesi

Uno dei primi argomenti da affrontare, con una coppia con problemi di infertilità che ha deciso di ricorrere alla PMA, è quello della percentuale di successo che può realmente attendersi dall’applicazione della procedura o delle procedure indicate nel loro caso. Già solo a questo livello, si rischia di confondere le idee alla coppia usando criteri diversi per valutare i risultati. Si può usare il dato che gli inglesi definiscono frequenza di “take home baby”, che in italiano si può tradurre in “bambino portato a casa”. Usando tale variabile, non ci si limita a esprimere la percentuale delle gravidanze ottenute, rispetto alle procedure di PMA applicate, ma si indica frequenza con quale si è raggiunto l’obiettivo che più interessa alle coppie: portare a casa un figlio dopo essere state sottoposte alle diverse tecniche, avere ottenuto una gravidanza e avere partorito. Insomma, la percentuale di “bambini portati a casa” forse non sarà il dato più positivo, ma è sicuramente il più significativo. Infatti, facendo riferimento ad esempio alla percentuale di gravidanze, sempre rispetto al numero di procedure applicate, si avranno valori più elevati, ma non tutte le gravidanze ottenute con la PMA si concludono con la nascita di un bambino e quindi la percentuale di gravidanze è un dato indicativo, ma non conclusivo, per prospettare alla coppia le probabilità di successo. Soprattutto nei lavori scientifici, si usano altre variabili come la percentuale di fecondazioni ottenute, ma si tratta di un dato ancora meno indicativo, per la coppia, della probabilità che hanno di avere un figlio. Oltre alle informazioni che ciascun Centro può fornire alla coppia che ad esso si rivolge, una fonte di dati riguardanti i risultati della PMA in Italia è il sito del Registro Nazionale della PMA, dove ogni anno si riportano i risultati ottenuti nei 12 mesi precedenti (http://www.iss.it/rpma). Nell’anno 2013 sono nati in Italia, grazie alla PMA, circa 12.000 bambini.

Fattori che influenzano i risultati della PMA

La coppia dovrebbe essere informata anche dei fattori che influenzano in modo rilevante i risultati, a partire dall’età. Sulla base dei dati raccolti nel rapporto del 2014 del Registro Nazionale, la percentuale di gravidanze ottenute con la fecondazione in vitro nelle donne di 35 anni era del 30,8%, mentre in quelle di 43 era inferiore al 6%. L’età non riduce soltanto la probabilità di ottenere una gravidanza, ma anche quella di portarla a termine, perché aumenta il rischio di aborto. Per maggiori dettagli sui meccanismi alla base di questi limiti alla riuscita della PMA, si rimanda a quanto scritto nella scheda sulla definizione dell’infertilità. Fumo, consumo di alcool, obesità, sovrappeso e peso troppo basso riducono le percentuali di successo della PMA, come influenzano negativamente la fertilità. Per avere un’idea dell’effetto negativo del fumo, ad esempio, basta considerare che le dosi di farmaci a base di gonadotropine richieste sono più alte nelle fumatrici, rispetto alle non fumatrici. Sull’effetto negativo dell’obesità sugli esiti della PMA, i risultati delle ricerche eseguite sono meno concordi, rispetto a quelli sul fumo, ma molti esperti raccomandano una riduzione del peso prima dell’applicazione delle tecniche di riproduzione assistita. A complicare lo scenario, ci sono le note difficoltà a cambiare le abitudini di vita che spesso ostacolano l’abolizione del fumo e l’aderenza alle diete, ma il desiderio di avere figli può costituire una componente rilevante della motivazione ad affrontare quei cambiamenti. Per quanto riguarda gli effetti negativi dell’ambiente sui risultati della PMA, bisognerebbe chiarire alle coppie che, se sono state esposte ad alcune sostanze o prodotti possono attendersi risultati inferiori rispetto a chi non vi è venuto a contatto. Tutti questi chiarimenti sono di fondamentale importanza perché permettono alla coppia”regolare” le proprie attese e al medico di adattare le tecniche alle necessità del caso.

I livelli di intervento

La PMA include tecniche di I livello e tecniche di II e III livello. In generale questa classificazione sta a indicare una maggiore complessità di queste ultime che, comportano una fecondazione in laboratorio, e sono indicate quando l’infertilità è più grave. Nelle tecniche di I livello la fecondazione avviene all’interno dell’apparato riproduttivo femminile, sono più semplici e meno pesanti per la donna che visi sottopone . Questa distinzione non è solo medica, ma ha aspetti legali in quanto la Legge 40 del 2004, che regola l’applicazione della PMA in Italia, fornisce criteri per scegliere procedure di livello diverso a seconda delle caratteristiche che ha l’infertilità. Per ulteriori dettagli sui contenuti della Legge 40/2004 e sulle successive sentenze che ne hanno modificato l’applicazione, si rimanda alla scheda dedicata.

Un ulteriore argomento, che dovrebbe essere affrontato con la coppia che si rivolge ad un Centro per il trattamento dell’infertilità, è quello degli effetti, sui bambini, delle tecniche di PMA applicate sui genitori. La ricerca scientifica ha fornito finora dati generalmente rassicuranti su questo punto, anche se esistono tuttora dei limiti nella loro interpretazione. Innanzitutto in coppie infertili che si sottopongono alla PMA non è facile comprendere se eventuali problemi rilevati nei figli dipendono dalla PMA o dall’infertilità stessa. Inoltre la varietà delle tecniche di PMA applicate e il numero ridotto di casi raccolti per ogni osservazione rendono difficile trarre conclusioni. Gli unici effetti non voluti della PMA a oggi confermati, sono maggiori frequenze di gravidanze con più di un figlio, di parti cesarei, di nascite prima del termine previsto e peso del neonato inferiore a quello atteso.

Le procedure maggiormente utilizzate sono

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