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Il dosaggio delle gonadotropine e di altri ormoni ha, nella diagnosi dell’infertilità maschile, un ruolo meno importante di quello che ha nella valutazione dell’infertilità della donna. Essi sono particolarmente rilevanti se c’è un riscontro di una produzione di spermatozoi molto ridotta o assente. In questi casi si misurano FSH, LH e testosterone. Il primo aiuta a comprendere se l’azoospermia dipende da un’ostruzione delle vie attraversate dallo sperma, nel quale caso l’FSH è normale o se, invece, essa è provocata da una distruzione dei tubuli seminiferi, alla quale abitualmente si associa un aumento della concentrazione dell’ormone nel sangue.  L’LH è aumentato e il testosterone diminuito nel 30% dei maschi con grave oligospermia o azoospermia causata da danni all’epitelio germinativo. Un ipogonadismo ipogonadotropo si presenta con concentrazioni ridotte sia di gonadotropine che di testosterone.

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Fra gli esami di laboratorio eseguiti nell’infertilità maschile c’è la valutazione del contenuto di enzimi presenti nell’acrosoma. Essi, infatti, sono importanti perché servono allo spermatozoo per penetrare nell’ovocita. Tali prove si definiscono esami acrosomiali. In laboratorio si può valutare anche la capacità degli spermatozoi di entrare nell’ovocita combinando i primi con uova di criceto appositamente preparate.

Infine, esami riguardanti il metabolismo, come glicemia, emoglobina glicosilata e altri, servono a verificare la presenza di malattie che contribuiscono a ridurre l’efficienza dell’apparato riproduttivo maschile.

Vedere anche in Diagnosi di infertilità maschile:

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Tommaso Sacco

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