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Esami di laboratorio per valutare la presenza dell’infertilità

Gli esami di laboratorio che si eseguono per valutare la presenza dell’infertilità hanno due obiettivi principali: verificare se della funzione dell’apparato riproduttivo è normale o individuarne alterazioni e le loro possibili cause. Infatti, non bisogna dimenticare che, quando una coppia si rivolge a uno specialista perché non riesce a concepire figli, vanno studiati tutti i possibili fattori all’origine del problema, a meno che, già dall’anamnesi, non emergano chiare indicazioni riguardo a una causa specifica dell’infertilità, attribuibile ad uno dei due membri della coppia.

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Fra gli esami “generali” ci sono quelli per verificare una corretta produzione e funzionalità delle cellule del sangue, cioè l’emocromo, quelli che permettono di definire il funzionamento del metabolismo, come la glicemia, e anche prove che hanno l’obiettivo di individuare precedenti infezioni. Queste aiuteranno a capire se tali infezioni possano avere danneggiato le tube di Falloppio. Fra gli altri, si esegue un esame denominato striscio cervicale, che permette di analizzare le cellule della mucosa del collo dell’utero.

Se le informazioni raccolte con l’anamnesi o i risultati di esami di laboratorio fanno pensare ad alterazioni della secrezione degli ormoni, si eseguono dosaggi di alcuni di essi, come FSH, LH, deidroepiandrosterone, TSH, prolattina, testosterone ed estradiolo. Gran parte di questi ormoni va misurata eseguendo il prelievo fra il 2° e il 6° giorno del ciclo mestruale, mentre quello del progesterone va fatto al 21° giorno del ciclo mestruale.

La valutazione di ormoni, come gonadotropine o estradiolo e progesterone, è importante, non solo per capire se il mancato concepimento è dovuto, del tutto o in parte, a un’inadeguata secrezione ormonale, ma anche per personalizzare futuri trattamenti che abbiano l’obiettivo di ovviare alle carenze.

Vedere anche in Diagnosi dell'infertilità femminile

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