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Effetto neuroprotettivo degli androgeni

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Effetto neuroprotettivo degli androgeni

Un gruppo di esperti italiani ha eseguito una revisione della letteratura sull’effetto protettivo degli androgeni, nei confronti delle strutture del sistema nervoso, nelle malattie neurodegenerative. I risultati hanno indicato che tale effetto è stato confermato in molti studi sperimentali e deve essere verificato in ricerche cliniche su popolazioni adeguate.

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Malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica e malattia di Huntington sono definite malattie neurodegenerative in quanto caratterizzate da modificazioni progressive delle funzioni dei neuroni e da danni a carico di queste cellule localizzate nel cervello e nel midollo spinale. La fisiopatologia di tali malattie è attribuita alla concomitanza di vari fattori e non è stata del tutto definita. Nonostante ci siano differenze rilevanti nella frequenza nei due sessi, anche da questo punto di vista non sono stati precisati i meccanismi attraverso i quali il sesso esercita la sua influenza. Nel sistema nervoso centrale sono presenti sia i recettori degli androgeni che quelli degli estrogeni, distribuiti in aree diverse. Testosterone, diidrotestosterone (in inglese dihydrotestosterone: DHT) e diidroepiandrosterone (in inglese dehydroepiandrosterone: DHEA) contribuiscono a regolare crescita, differenziazione e sopravvivenza dei neuroni attraverso due diversi meccanismi. Nell’articolo di Bianchi e colleghi si propongono anche figure schematiche che illustrano come dall’interazione fra testosterone, DHEA solfato e derivati del DHT con i recettori degli androgeni si arrivi all’attivazione degli oligodendrociti alla crescita e al miglioramento della funzione dei neuroni e alla rigenerazione delle fibre nervose. Nella stessa figura si attribuisce all’estradiolo un’interazione negativa sulla funzione delle cellule del sistema nervoso che porta alla neurodegenerazione. Nei maschi, con l’avanzare dell’età si osserva una riduzione della concentrazione nel sangue di testosterone che si associa alla diminuzione dell’efficienza delle funzioni cognitive e un precedente aggiornamento ha riportato gli esiti di una revisione della letteratura che ha riguardato questo argomento. Circa gli effetti degli androgeni nelle malattie neurodegenerative citate da Bianchi e colleghi, si riportano numerose evidenze che hanno suggerito un effetto positivo e protettivo, nei confronti di tali patologie, da parte del testosterone e di altri androgeni. Quasi sempre, però, si tratta di riscontri raccolti in studi sperimentali che non sono stati confermati da evidenze cliniche. Questo vale sicuramente per la malattia di Alzheimer, per la sclerosi laterale amiotrofica e per la malattia di Huntington. Nella malattia di Parkinson si è osservato un miglioramento significativo dei sintomi non motori con la somministrazione di testosterone e nella sclerosi multipla recidivante remittente la stessa cura ha indotto miglioramenti significativi delle funzioni cognitive e ha ridotto l’atrofia cerebrale. Per ambedue le patologie si è trattato, però, di studi su piccole casistiche e i risultati ottenuti vanno confermati su popolazioni adeguate.

Nelle conclusioni gli autori hanno sottolineato che le evidenze raccolte negli studi sperimentali hanno suggerito effetti potenzialmente molto positivi della somministrazione di androgeni in diverse malattie neurodegenerative, ma la mancanza di conferme cliniche ha impedito di tradurre quelle evidenze in approcci curativi. Considerando che, per alcune delle malattie citate, non esistono terapie efficaci, sarebbe auspicabile un’adeguata valutazione degli effetti degli androgeni.                      

Tommaso Sacco

Fonte: Androgen Therapy in Neurodegenerative Diseases; Journal of the Endocrine Society, 2020, Vol. 4, No. 11, 1–18.