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La dieta può curare il diabete di tipo 2?

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La dieta può curare il diabete di tipo 2?

Da tempo si propone di affrontare il diabete di tipo 2 con la dieta, almeno fino a certi livelli di alterazione del metabolismo degli zuccheri. Se da una parte si continuano a raccogliere evidenze a supporto di questo approccio, dall’altra realizzarlo nella pratica quotidiana è tutt’altro che facile.

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Nel sito di informazione medico-scientifica MedScape è stato pubblicato un articolo che riprende un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato nell’ottobre del 2018, dedicato al diabete. In tale rapporto si ricorda che, nel mondo, ci sono oltre 400 milioni di persone affette da diabete di tipo 2. Nell’articolo, partendo da questo dato, si ricorda che, quando una persona con sovrappeso o obesità riceve una diagnosi di diabete di tipo 2, spesso si sente in un punto di non ritorno in quanto passa dal percepire l’eccesso di peso come un problema più estetico che medico, al prendere coscienza del fatto che è sopraggiunta una malattia intrattabile e progressiva che l’accompagnerà per il resto della vita. Secondo John Watson, l’autore dell’articolo di MedScape, oggi le prospettive sarebbero diverse perché il diabete di tipo 2 può essere contrastato, non con un nuovo farmaco, ma con una stretta aderenza a specifici interventi dietetici. Si riportano quindi diversi dati a supporto di questa affermazione. Ad esempio si citano i risultati di uno studio pubblicato nel 2017, che ha valutato 298 persone con diabete di tipo 2 non trattate con insulina. Metà di esse è stata gestita secondo le indicazioni delle Linee Guida correnti e l’altra metà ha ricevuto una dieta liquida a basso contenuto di calorie, massimo 850 al giorno, per 3-5 mesi, con una successiva reintroduzione del cibo, nelle 2-8 settimane successive in associazione a un continuo supporto mirato alla perdita di peso. Dopo un anno, il 24% del gruppo trattato con la dieta a basso contenuto di calorie ha ottenuto una riduzione di peso maggiore o uguale a 15 kg e il 46% ha avuto una remissione del diabete, rispetto al 4% del gruppo di controllo (p<0.0001). Si citano anche i risultati di altre ricerche che hanno rilevato una riduzione dei livelli di emoglobina glicata in diabetici che hanno seguito una dieta a basso contenuto di zuccheri. Si riporta inoltre il parere di una specialista statunitense che enfatizza la sua attività di “deprescrizione” di farmaci, nel gestire il diabete, per evitare un eccessivo impiego dell’insulina. D’altra parte, Domenico Accili, Professore di Medicina all’Università Columbia di New York (USA) e Direttore del Centro di Ricerca su Diabete ed Endocrinologia della stessa Università, ha mostrato un atteggiamento più cauto, circa la prospettiva di contrastare o invertire l’evoluzione del diabete con la sola dieta. Secondo questo esperto non in tutti gli stadi di progressione del diabete è possibile invertirne l’andamento con la sola dieta e molto dipende dai meccanismi fisiopatologici che si innescano. In buona sostanza, secondo Domenico Accili, non ci si dovrebbe accontentare di giudicare guarito il diabete dopo avere ottenuto il calo del peso e avere ridoto la glicemia a digiuno o il valore dell’emoglobina glicata, ma si bisognerebbe eseguire valutazioni più accurate per capire cosa succede ai meccanismi di insulino-resistenza che sono alla base del diabete.

I contenuti dell’articolo di MedScape suscitano diverse riflessioni. Un calo di peso moderato, ottenuto e mantenuto nel tempo con una dieta equilibrata e personalizzata associata a un programma di attività fisica, contrasta forme iniziali di diabete nelle persone con eccesso di peso. Questa non è una novità e non lascia spazio a dubbi. Invece, suscita qualche dubbio l’efficacia, in questa indicazione, di approcci estremi come la dieta a basso contenuto di calorie impiegata nello studio sopracitato. Le diete troppo restrittive provocano reazioni biologiche e psicologiche che, a medio o a lungo termine, ne riducono o ne annullano gli effetti. D’altra parte, il fatto che dopo un anno di dieta restrittiva, solo il 24% di soggetti mostrasse un calo maggiore o uguale a 15 kg, sembra confermare che nella maggioranza della casistica lo stesso approccio non abbia funzionato allo stesso modo. Un’ultima riflessione riguarda l’applicazione su larga scala di un approccio che integri dieta e attività fisica nelle persone con diabete. Modificare stabilmente l’alimentazione  e contrastare la sedentarietà significa cambiare abitudini fortemente radicate. Tale obiettivo si ottiene solo con una gestione accurata e multidisciplinare e non si vede come tale gestione possa essere applicata nella pratica clinica di ambulatori nei quali gli specialisti sono costretti, dalle loro amministrazioni, a dedicare pochi minuti alla verifica dei risultati degli esami e all’adeguamento della cura, senza neanche avere la possibilità, a volte, di pesare il soggetto diabetico.

Tommaso Sacco

Fonte: Medscape