MENU SEZIONE
MENU SEZIONE

Congresso SIE: aggiornamenti su diabete, obesità e farmaci biosimilari

Notizia

PUBBLICATO

Congresso SIE: aggiornamenti su diabete, obesità e farmaci biosimilari

Dal 21 al 24 giugno 2017 si è svolto a Roma il Congresso della Società Italiana di Endocrinologia (SIE). La Fondazione Cesare Serono lo ha seguito per proporre aggiornamenti sugli argomenti trattati. Questo riguarda le sessioni dedicate al diabete, all’obesità e ai farmaci biosimilari.

COMPILA IL QUESTIONARIO DI AUTOVALUTAZIONE!
Vuoi sapere se sei soggetto a fattori di rischio o hai sintomi di disfunzioni tiroidee? Scoprilo qui!

fondazioneserono.org/questionari/

Nelle quattro giornate congressuali varie letture e comunicazioni sono state dedicate al diabete. Molto interessante quella inserita nella sessione dedicata alle malattie di genere, che aveva l’obiettivo di evidenziare come alle patologie si applichi di solito una visione maschio-centrica, mentre le differenze fra l’organismo del maschio e quello della femmina richiederebbero approcci che tengano conto del sesso e del genere. Francesco Giorgino, Professore ordinario di Endocrinologia e Malattie Metaboliche all'Università di Bari, ha cominciato la sua relazione spiegando la differenza fra sesso e genere. Infatti, mentre nella percezione generale e nel linguaggio comune sesso e genere sono considerati sinonimi, da un punto di vista medico, psicologico e sociale i due termini hanno significati diversi. Il sesso fa riferimento alle caratteristiche biologiche ed anatomiche specifiche dell’organismo del maschio e della femmina e queste, a loro volta, dipendono dal corredo di geni propri dei due sessi. Il genere è l’identità che l’individuo acquisisce, sotto l’influenza di fattori familiari, culturali e sociali, e che si esprime in pensieri, azioni e comportamenti che caratterizzano un individuo come uomo o donna. Venendo all’effetto del genere sul diabete, il relatore ha chiarito che non ci sono differenze significative di frequenza della malattia fra maschi e femmine, mentre differiscono i segni di laboratorio precoci dell’alterato metabolismo degli zuccheri. Nel maschio esso si manifesta più spesso con l’aumento della glicemia a digiuno, mentre nella femmina si presenta inizialmente con l'alterazione della curva da carico di glucosio. Nelle donne con diabete, rispetto agli uomini, si osserva un maggiore aumento dell’Indice di Massa Corporea associato al diabete e un andamento diverso delle concentrazioni nel sangue di alcuni mediatori, come ad esempio l’adiponectina. Questo sarebbe all’origine di un rischio di aterosclerosi maggiore. Infatti, il diabete nella donna aumenta il rischio cardiovascolare fino a 2-3 volte di più, rispetto all’uomo. Ciò comporta una maggiore frequenza di danni alle arterie coronarie, di infarto del miocardio e di ictus. Tali differenze sono realmente legate al sesso e non sembrano risentire dell’influenza di altri fattori e sono state poste in relazione con meccanismi che coinvolgono i recettori degli estrogeni. Anche riguardo alla cura del diabete maschi e femmine differiscono. Nelle seconde, infatti, è più difficile raggiungere l’obiettivo che ci si è prefissati, in termini di controllo del metabolismo del glucosio, mentre nei primi si presentano più spesso brusche e profonde riduzioni della glicemia. Ma quest’ultima differenza potrebbe dipendere dalla minore attenzione che gli uomini pongono alla correzione delle abitudini di vita a rischio e alle cure vere e proprie. La successiva lettura di questa sessione è stata dedicata alle malattie della tiroide che però, come ha chiarito il relatore Paolo Vitti, Professore di Endocrinologia dell’Università di Pisa e Presidente entrante della SIE, risentono del problema opposto ad altre malattie, che sono maschio-centriche. Le patologie della tiroide sono femmina-centriche perché sono di gran lunga più frequenti in questo sesso. Inoltre, nella vita della donna ci sono momenti, come quello della gravidanza, nei quali la tiroide è sollecitata in maniera molto intensa e ciò ha da sempre suscitato l’attenzione dei medici sulle malattie e sulle disfunzioni dell’organo.

Un’altra sessione nella quale si è affrontato un aspetto importante del diabete, e in particolare delle cure disponibili per gestirlo, è quella sui biosimilari. Simona Frontoni, Professoressa di Endocrinologia e Dirigente di II livello presso l’U.O. di Endocrinologia, Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale “San Giovanni Calibita” Fatebenefratelli di Roma, ha parlato dello sviluppo del biosimilare dell’insulina glargine. Un farmaco biosimilare è un prodotto biologico contenente una versione del principio attivo di un farmaco biologico originale già autorizzato e immesso in commercio in precedenza. In pratica, come i generici sono copie dei farmaci tradizionali, che possono essere eseguite dopo la scadenza del brevetto, così i biosimilari sono copie di farmaci biologici non più coperti da brevetto. D’altra parte, l’eguaglianza di un biosimilare al prodotto originale dal quale è copiato non può fare riferimento solo alla struttura della molecola, ma deve essere dimostrata pure in termini di efficacia e sicurezza anche perché, come nel caso dell’insulina glargine biosimilare, la molecola del principio attivo è simile, ma altre sostanze contenute nel prodotto sono diverse. Per questo motivo è stato sviluppato un programma di valutazioni, sia del metabolismo del prodotto nell’organismo, che dell’efficacia nel controllare le principali variabili di laboratorio del diabete, confrontando l’insulina glargine biosimilare con il prodotto originale di riferimento. Secondo quanto riportato da Simona Frontoni, le prove eseguite hanno confermato una sostanziale equivalenza dell’efficacia dei due farmaci. L’introduzione del biosimilare dell’insulina glargine offre prospettive positive, in termini di risparmio sulla spesa per la cura del diabete, e la relatrice ha mostrato un documento redatto dalla Società Italiana di Diabetologia nel quale si forniscono indicazioni sull’utilizzo del prodotto. In particolare, riguardo al passaggio dall’assunzione dell’insulina glargine originale a quella della sua copia biosimilare, si segnala che “il cambiamento non dovrebbe comportare cambiamenti di efficacia e/o sicurezza, ma deve essere accompagnato da un attento monitoraggio del paziente e da un suo addestramento all’impiego del nuovo dispositivo”. Inoltre ”se si sceglie di passare da insulina glargine originale a insulina glargine biosimilare, occorre incoraggiare e sostenere la persona con diabete a monitorare la glicemia e verificare che venga raggiunto un adeguato controllo glicemico”. Ciò vuol dire che il passaggio non è automatico e richiede una particolare attenzione. La successiva relatrice Flavia Prodam, Professoressa di Endocrinologia dell’Università del Piemonte Orientale di Novara, ha parlato dei biosimilari dell’ormone della crescita. Al termine di un’approfondita disamina dell’argomento, ha mostrato una diapositiva che riassumeva le posizioni delle più importanti Società Scientifiche del settore sull’uso dei biosimilari dell’ormone della crescita. I punti principali riportati sono stati: a) non c’è un’uguaglianza fra farmaci originali e biosimilari e minime quantità di varianti o impurità non identificabili potrebbero avere un impatto su efficacia e sicurezza; b) sono necessari un’attenta farmacovigilanza e studi post-autorizzazione per valutare sicurezza ed efficacia; c) non è opportuna la sostituzione di un farmaco con un altro anche per motivazioni di farmacovigilanza e di aderenza alla terapia; d) la scelta del trattamento e l’eventuale sostituzione di un farmaco con un altro deve rimanere una decisione affidata al medico. A proposito di quest’ultimo punto, la relatrice ha segnalato che può succedere, invece, che a decidere il cambio del farmaco sia il farmacista dell’ospedale o dell’Azienda Sanitaria in base a esigenze di contenimento della spesa.

Rachel Batterham, Professoressa di Obesità, Diabete ed Endocrinologia dell’University College di Londra, ha tenuto una lettura magistrale sull’obesità, dai meccanismi che la provocano, agli approcci per curarla. La relatrice ha passato in rassegna i ruoli di alcuni mediatori nella regolazione dei meccanismi della fame e della sazietà e, in particolare, di quelli che servono a scambiare messaggi fra apparato gastrointestinale e cervello. Ad esempio, un ormone denominato ghrelina è prodotto nell’intestino in quantità variabile a seconda che si mangino cibi ricchi di grassi zuccheri e proteine, ed esercita effetti su alcune aree del cervello che regolano la fame. Interessante anche la descrizione dell’influenza che diversi tipi di esercizio hanno sull’appetito, con la netta evidenza che quello aerobico, cioè meno inteso, lo riduce di più, rispetto a quello “di resistenza”. D’altra parte, i dati mostrati hanno illustrato chiaramente che, appena dopo il termine della sessione di attività fisica, la fame “rimbalza” a livelli superiori a quelli precedenti all’esercizio. Fra i mediatori coinvolti in questi meccanismi ci sono la ghrelina e un altro ormone denominato PYY. Dopo un cenno agli effetti dei geni sui meccanismi di fame e sazietà, con ovvie conseguenze sullo sviluppo di eccesso di peso, Rachel Batterham ha ripreso l’argomento di fondamentale importanza nell’elaborazione di strategie per il trattamento del sovrappeso e dell’obesità: quello dei meccanismi automatici che difendono l’organismo umano dal calo di peso. Ha mostrato i risultati di una ricerca che ha previsto il trattamento di persone obese o sovrappeso con diete a bassissimo contenuto di calorie: dopo il raggiungimento di una riduzione del peso di 10 chili si è assistito a un marcato e costante aumento del senso di fame, che ha determinato il recupero quasi completo dei chili persi. La relatrice ha quindi riassunto così i meccanismi con i quali l’organismo si ostacola fisiologicamente il calo di peso: a) aumenta la ghrelina e, di conseguenza, cresce l’appetito; b) diminuisce la concentrazione degli ormoni che danno sazietà; c) si riduce il dispendio di energia; d) si potenziano i messaggi, provocati dal cibo, che il cervello interpreta come gratificazione, in pratica aumenta la soddisfazione che le persone hanno nel mangiare certi alimenti. Tutto questo contrasta l’adesione a una dieta mirata al calo di peso e presto o tardi ne provoca l’abbandono. Rachel Batterham ha parlato quindi dei trattamenti dell’eccesso di peso, a cominciare dalla terapia chirurgica.

Tommaso Sacco