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Il superdisabile, l’analisi di uno stereotipo in un libro

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Il superdisabile, l’analisi di uno stereotipo in un libro

Ci sono varie etichette con cui - sbagliando - si parla di disabilità, una di queste si è sempre più diffusa negli ultimi anni: il superdisabile. All’analisi di questo stereotipo è dedicato un firmato da Marco Ferrazzoli, Francesca Gorini e Francesco Pieri ed edito da LuCe Edizioni.

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Come sottolinea nell’introduzione Francesco Bocciardo, nuotatore italiano oro a Rio 2016e ai Mondiali di Londra nel 2019: “Quello che deve fare la società oggi non è esaltare esempi di superdisabili, ma valorizzare le potenzialità di tutti i disabili. Lo sport, in questo, può giocare un ruolo fondamentale: la persona che pratica attività sportiva si trova a confrontarsi costantemente con le proprie abilità e a cercare di elevarle, e contrariamente a quello che si pensa, qualsiasi tipo di disabilità ha uno sport adatto che può praticare”.

Grazie a questo “stereotipo” ci si allontana e si supera la vergogna che per troppo tempo è stata legata alle persone con disabilità. Negli ultimi anni molto è cambiato - anche se c’è ancora molto da fare - per l’abbattimento delle barriere, non solo architettoniche, legate al mondo delle persone con disabilità. Generalmente si parla di disabilità in due ottiche intersecate ma diametralmente opposte: pietismo ed eroismo. Il “super disabile” o “supercrip” si colloca nella seconda sfera: le persone con disabilità riescono a compiere imprese eccezionali andando contro i loro limiti fisici e psichici.

Sono queste persone con disabilità le protagoniste del film Rising Phoenix, disponibile su Netflix, che racconta la storia di alcuni eroi del movimento paralimpico. Esistono poi altre evoluzioni del concetto di supercrip, come i fashion crip e la storia di Chiara Bordi, la 18enne con la protesi che partecipò qualche anno fa a Miss Italia, della performer lituana Viktoria Modesta al centro dello spettacolo Bionic Showgirl al Crazy Horse o la “nostra” Simona Atzori, la ballerina senza braccia protagonista di libri e spot televisivi.

Ne Il superdisabile poi si analizzano anche alcuni lati negativi di questo stereotipo: non ci si può nascondere dietro la forza di volontà, le persone con disabilità hanno anche un forte bisogno di servizi e livelli di assistenza garantiti. Come si chiede Maria Chiara nel suo blog Witty Wheels: “C’è davvero bisogno di dipingere chi ha delle disabilità in termini esageratamente positivi per rappresentarle come ‘degne’ di supporto da parte della società? È sufficiente la loro stessa umanità?”. In questo senso la comunicazione gioca un ruolo fondamentale, sta ai media non trasformare la superdisabilità in un nuovo stereotipo.

Lo stereotipo che vede le persone con disabilità come “poveretti”, persone senza macchia, ha come contraltare l’idea di “vendicatore”, di disabile brutto e cattivo, proprio come i protagonisti del film Brutti e cattivi di Cosimo Gomez. Un’altra delle idee da combattere è vedere la disabilità come un dono, che dimostra come spesso le parole siano limitanti quando si parla di disabilità, citando Stephen Hawking e il suo discorso alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Londra 2012: “I Giochi possono trasformare la nostra percezione del mondo, farci capire che siamo tutti differenti l’uno dall’altro, che non esiste un essere umano standard, ma siamo tutti parte della stessa umanità”.

Nel libro si continua poi con una storia degli stereotipi legati al mondo della disabilità, da Riccardo III passando per il circo di Phineas Barnum o i protagonisti “disabili” di Freaks, il film scandalo di Todd Browning, occasione per fare il punto su quanti Oscar siano stati assegnati negli ultimi anni ad attori normodotati che interpretavano persone con disabilità: casi emblematici come quello di Christopher Reeve che da Superman, dopo una caduta da cavallo, interpretò un remake de La finestra sul cortile o Marlee Matlin, vincitrice dell’Oscar per la migliore attrice protagonista per il ruolo di una ragazza sorda in Figli di un Dio minore, la prima attrice disabile a vincere una statuetta.

Anche la TV ha un ruolo centrale nella “normalizzazione” della disabilità come è accaduto in Ballando con le Stelle che dal 2012 al 2019 ha ospitato spesso concorrenti con disabilità: Giusy Versace, Oney Tapia, Nicole Orlando e Gessica Notaro.

Lo sport, come sottolineato nell’introduzione, gioca un ruolo centrale nell’etichetta di superdisabili. Dai Stoke Mandeville Games ideati dal neurologo tedesco Ludwig Guttman, ai 60 anni della prima edizione dei Giochi paralimpici di Roma 1960, passando per il successo straordinario per il movimento legato all’edizione londinese dei Giochi nel 2012.

Si citano alcuni (para) atleti amatissimi in Italia e nel mondo come Bebe Vio, Alex Zanardi e Giusy Versace. Alex Zanardi distingue tra handicap e disabilità come si legge in uno dei capitoli del libro: “Sono due situazioni completamente diverse: la disabilità è una limitazione delle tue capacità oggettive, l’handicap è la tua incapacità a fare determinate cose”. Volti, storie e testimonial perfetti come lo era Oscar Pistorius prima di essere condannato per l’omicidio della sua compagna, Reeva Steenkamp, il 13 febbraio 2013. Al sudafricano si deve il merito di aver reso celebri le cheetahs, le protesi usate dagli atleti per correre, che devono il nome al mammifero più veloce del mondo, il ghepardo. Protesi che permisero a Pistorius di correre con gli atleti “normodati” e punto di partenza per un’evoluzione che riguarda il futuro delle persone con disabilità, lontane da ogni stereotipo né crip, né poveretti e né super, ma persone.

Chiara Laganà