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Per i professionisti della Sanità non è “andato tutto bene”: troppi morti e un’enorme pressione psicologica

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Per i professionisti della Sanità non è “andato tutto bene”: troppi morti e un’enorme pressione psicologica

Il motto “andrà tutto bene”, lanciato all’inizio della campagna di comunicazione sull’epidemia da COVID-19, certamente non si può applicare agli operatori della Sanità, primi fra tutti medici e infermieri, che sono stati duramente colpiti, sia in termini di decessi, che per quanto riguarda il carico psicologico pesantissimo che hanno dovuto sopportare. Nelle settimane trascorse dalla fine di febbraio alla fine di aprile, fra le tante “conte” proposte dai mezzi di comunicazione, c’è stata quella dei medici e degli infermieri deceduti, ma forse sono mancati gli approfondimenti relativi a quanto queste morti fossero inevitabili e a cosa venisse fatto dalle Istituzioni per evitarle. Si è anche parlato tanto della pressione psicologica che gli operatosi sanitari hanno dovuto affrontare, ma, anche da questo punto di vista, non sempre il problema è stato analizzato a fondo.

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Troppi morti

Un articolo pubblicato il 24 aprile 2020 da Fusaroli e colleghi ha preso lo spunto dal centesimo medico morto in Italia dall’inizio dell’epidemia per analizzare la situazione a quel momento. Il centesimo medico morto era Samar Sinjab, medico di medicina generale, che era originaria della Siria e lavorava in Veneto. Fino a quel momento erano deceduti 60 medici in Lombardia, 6 in Emilia Romagna e in Campania e i rimanenti in altre Regioni italiane. L’intervallo di età era compreso fra 48 e 94 anni e non c’erano differenze di frequenza di morti, fra maschi e femmine. Per quanto riguarda il tipo di attività svolta, 45 su 100 erano medici di medicina generale, 7 odontoiatri, 5 chirurghi, 5 cardiologi, 5 internisti, 3 anestesisti, 3 pediatri e 3 pneumologi. Fusaroli e colleghi nell’articolo hanno dichiarato di non voler entrare nel merito dei problemi della mancanza di equipaggiamento protettivo, che può aver contribuito a diffondere il contagio presso i medici e gli altri operatori della Sanità, auspicando che si proceda a opportune indagini per chiarire tale relazione. D’altra parte, il numero prevalente di decessi fra i medici di medicina generale suggerisce che questi professionisti, da una parte siano stati i più esposti al contagio sul territorio e, dall’altra, non siano stati supportati efficacemente con indicazioni sulla gestione del rischio e con la fornitura di dispositivi di protezione adeguati. Va segnalato che, dopo la pubblicazione dell’articolo di Fusaroli e colleghi, alla data del 1 maggio 2020, nel sito Assocarenews.it, si riportava un numero di 40 casi di decesso fra gli infermieri e a quella dell’8 maggio 2020, nel sito delle Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), è stato pubblicato un elenco di 156 medici deceduti. Sempre cercando in rete, si trova anche il resoconto di un’indagine eseguita da alcuni associati dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bari mirata a evidenziare che, degli oltre 150 medici morti elencati nel sito della FNOMCeO, meno della metà, circa 60, erano realmente attivi nell’assistenza ai malati, mentre gli altri erano in pensione o comunque non svolgevano pratica clinica. Un’iniziativa di questo genere, ripresa dal alcuni mezzi di informazione, dimostra che anche l’auspicio, formulato da alcuni all’inizio dell’epidemia, secondo il quale si sarebbe usciti dalla stessa “migliori di prima” non si è del tutto realizzato. Per concludere, il numero di operatori della sanità morti in occasione dell’epidemia da COVID-19 è stato altissimo. Al 5 aprile 2020 una pubblicazione ha indicato il numero di medici deceduti in Italia come il più alto al mondo: 79 in Italia, 43 in Iran e 16 in Cina. Un tale sacrificio va quanto meno spiegato.

Il carico psicologico

Sia la letteratura scientifica che i mezzi di comunicazione hanno trattato ampiamente il problema del carico psicologico al quale sono stati sottoposti gli operatori della Sanità impegnati nell’assistenza dei malati con infezione da COVID-19. Un articolo pubblicato il 13 aprile 2020 ha passato in rassegna tutte le cause di tale problema che gli anglosassoni chiamano “burnout”. Il termine alla lettera significa “fine di una combustione” ma che, riferito alla salute mentale, indica il logoramento o l’esaurimento emotivo di chi è sottoposto a enormi pressioni psicologiche. Il numero crescente di casi gravi che arrivavano alle strutture ospedaliere nel momento peggiore dell’epidemia, la carenza relativa di personale dedicato all’assistenza, la mancanza di dispositivi di protezione per prevenire il contagio, la difficoltà di comprendere a fondo, almeno nelle prime fasi della diffusione dell’infezione, quali erano i disturbi più gravi che peggioravano i quadri clinici e l’inadeguatezza delle cure impiegate nei primi malati, sono stati tutti fattori che hanno inciso profondamente sulla mente degli operatori della Sanità. Gli stessi mezzi di informazione hanno riportato con enfasi le tante situazioni nelle quali il numero di malati gravi era così tanto superiore a quello dei posti di terapia intensiva disponibili, che i medici si sono trovati a dover decidere a chi assegnare tali posti, ben sapendo che, chi veniva escluso, aveva probabilità di sopravvivenza pressoché nulle. Quest’ultima situazione è stata particolarmente alienante perché non rientra fra quelle che medici e altri operatori sanitari sono preparati ad affrontare. Infatti, essi imparano a fare sempre il massimo per curare il malato ed evitarne il decesso. Doversi assumere il carico psicologico della scelta fra chi salvare, assegnandogli un unico posto di terapia intensiva disponibile e chi sottoporre a cure inadeguate che lo espongono a un esito infausto, va oltre la preparazione e l’abito mentale di qualsiasi operatore della Sanità. A peggiorare il senso di impotenza di chi ha operato in queste condizioni ci può essere stata anche la percezione del fatto che un numero maggiore di posti di terapia intensiva, come quello disponibile in altri Paesi europei (inserire link con News EN24_26_COVID8), avrebbe evitato, o quanto meno limitato, l’inadeguatezza dell’assistenza ai malati più gravi. Le conseguenze dell’esaurimento emotivo degli operatori della Sanità possono essere ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo e Disturbo da Stress Post-traumatico. In alcuni casi tali conseguenze si risolveranno autonomamente nel tempo, ma in altri potrebbero durare a lungo o lasciare segni indelebili.                      

Cosa fare?

Nessuno e niente restituirà gli operatori sanitari morti ai i loro cari e ai loro assistiti, ma l’unico modo per onorarne concretamente la memoria è definire perché ci sono stati tanti decessi, in cosa si è sbagliato e come si dovrà fronteggiare, in futuro, una situazione simile. Riguardo alle conseguenze dell’esaurimento emotivo dei professionisti della Sanità che hanno assistito le persone con infezione da COVID-19, si spera che, dopo averlo tanto enfatizzato a parole sui mezzi di comunicazione, si passi ai fatti, mettendo in atto interventi concreti per aiutare a superare i problemi che tale impegno ha creato loro. 

Tommaso Sacco

Fonti