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Permessi 104: il lavoratore disabile li può usare anche per svago

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Permessi 104: il lavoratore disabile li può usare anche per svago

Non si può licenziare un lavoratore disabile se usa i permessi della 104 per qualcosa di diverso rispetto alle cure. Questo è quello che ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza. 

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Ai lavoratori dipendenti con disabilità grave riconosciuta ai sensi dell’art. 3, comma 3, della Legge 104/92 e ai lavoratori dipendenti che prestano assistenza ai loro familiari con disabilità grave, vengono concessi, in presenza di determinate condizioni, permessi e periodi di congedo straordinario retribuiti: riposi orari giornalieri di 1 ora o 2 ore a seconda dell’orario di lavoro oppure 3 giorni di permesso mensile, frazionabili anche in ore. 

Il caso era nato perché un lavoratore disabile aveva aumentato i giorni di assenza in prossimità delle festività usando le ore della 104. L’azienda per la quale lavorava lo aveva licenziato perché secondo lei le ore di permesso con la 104 si possono prendere solo per scopi legati direttamente alle cure e non a recupero psicofisico del lavoratore disabile. 

E ha sbagliato, secondo tutte e tre i gradi di giudizio. 

Secondo la Cassazione la tutela e il sostegno economico sono garantiti “mediante l'erogazione di prestazioni economiche dirette, ma anche attraverso varie forme di tutela indiretta: si tratta di un significativo ventaglio di agevolazioni (così sono definite dalla rubrica della L. n. 104 del 1992, art. 33), riconducibili alla logica della prestazione in servizi piuttosto che di benefici monetari immediati, che costituiscono un articolato sistema di welfare, anche familiare, connesso lato sensu ai doveri di solidarietà sociale, quotidianamente costruito attorno al disabile. Sotto il profilo sistematico, determinante è la considerazione che la tutela delle persone svantaggiate è costituita da un complesso di norme, di fonte interna - in primis dagli artt. 2, 3, 38 Cost., nonchè dalla L. n. 68 del 1999 - ed internazionale - quali sono la Direttiva 2000/78/CE del Consiglio del 27 novembre 2000 e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata e resa esecutiva in Italia con L. 3 marzo 2009, n. 18”. 

Già in passato la Corte Costituzionale “ha avuto modo di sottolineare che l'assistenza del disabile e, in particolare, il soddisfacimento dell'esigenza di socializzazione, in tutte le sue modalità esplicative costituiscono "fondamentali fattori di sviluppo della personalità e idonei strumenti di tutela della salute del portatore di handicap, intesa nella sua accezione più ampia di salute psico-fisica". Inoltre “la finalità perseguita dalla L. n. 104 del 1992, consiste nella tutela della salute psico-fisica del disabile, che costituisce un diritto fondamentale dell'individuo (art. 32 Cost.) e rientra tra i diritti inviolabili che la Repubblica riconosce e garantisce all'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 Cost.)”. 

La Cassazione inoltre puntualizza che l’uso delle ore della 104 è finalizzato “a agevolare l'integrazione nella famiglia e nella società, integrazione che può essere compromessa da ritmi lavorativi che non considerino le condizioni svantaggiate sopportate; la L. n. 104 del 1992, art. 1, prevede la piena integrazione del soggetto portatore di handicap nella famiglia, nel lavoro e nella società, per cui la concessione di agevolazioni consente di perseguire l'obiettivo di un proficuo inserimento del disabile grave nell'ambiente lavorativo, sicchè l'allontanamento dal posto di lavoro più a lungo rispetto ai lavoratori (nonchè ai portatori di handicap non grave) permette di rendere più compatibile l'attività lavorativa con la situazione di salute del soggetto”. 

In conclusione, nel rigettare il ricorso dell’azienda che aveva licenziato il lavoratore disabile, la Corte di Cassazione sottolinea che “I lavoratori portatori di handicap rilevanti, proprio perché svolgono attività lavorativa, sono gravati più di quanto non sia un lavoratore che assista un coniuge o un parente invalido: la fruizione dei permessi non può essere, dunque, vincolata necessariamente allo svolgimento di visite mediche o di altri interventi di cura, essendo - più in generale - preordinata all'obiettivo di ristabilire, l'equilibrio fisico e psicologico necessario per godere di un pieno inserimento nella vita familiare e sociale”. 

Simon Basten

Fonti: Studio Cataldi, Invalidi Disabili