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Osservatorio sul federalismo in Sanità, presentato il Rapporto 2016

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Osservatorio sul federalismo in Sanità, presentato il Rapporto 2016

Il federalismo è tornato d’attualità dopo il voto in Lombardia e Veneto, ma le diseguaglianze in ambito sanitario esistono da troppo tempo. Come ha sottolineato l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio sul federalismo, l’Italia ha diverse velocità per quanto riguarda la sanità.

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Tempi d’attesa, vaccini, la gestione dell’emergenza d’urgenza, test e screening per i tumori, dal punto di vista sanitario esistono e continuano a esistere due Italie. Se al Sud ci sono più problemi, anche il Nord fatica a mantenere l’eccellenza degli anni scorsi. Per esempio nella copertura dei vaccini il Centro-Sud è molto più avanti di regioni settentrionali come il Friuli Venezia-Giulia e la provincia autonoma di Bolzano.

Come ha sottolineato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva “serve un piano che abbia obiettivi, azioni, tempi precisi e un sistema di monitoraggio, condiviso tra Stato e Regioni, con il coinvolgimento delle organizzazioni civiche e dei professionisti socio-sanitari”.

Per quanto riguarda la spesa sanitaria e i LEA, l’Italia appare divisa. Si è passati da tre a cinque regioni che non rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza: a Molise, Calabria, Campania si sono aggiunte Puglia e Sicilia. Anche fra le altre regioni però i dati non sono positivi si va dal 212 della Toscana al 170 della Basilicata, dove 160 è la soglia di sufficienza.

Inoltre, in molte regioni, eccetto la Calabria, dal 2013 al 2015 è aumentato l’Irpef. Si passa dai 620 Euro del Lazio ai 460 della Campania. Anche il ticket pro-capite varia da regione a regione: si pagano 32,9 euro in Sardegna, 96,4 per la Valle d’Aosta e si passa ai 60,8 del Veneto. Quello che accade è che le regioni con quote pro-capite più inferiori e con punteggi LEA critici e Irpef elevati sono quelle dove c’è una diseguaglianza: in Campania e in Sardegna la spesa ammonta a 304 e 354 euro contro i 798 della Valle d’Aosta e 781 per la Lombardia.

Aumenta anche la percentuale di persone che rinunciano alle cure: si è arrivati al 6,5% della popolazione (dati del 2015) e aumenta del 10,1% nel mezzogiorno.

C’è un dato che colpisce sia al Sud che al Nord è quello della lunghezza delle liste d’attesa: gli abitanti di Abruzzo, Basilicata, Campania, Liguria, Marche, Puglia hanno segnalato difficoltà d’accesso alle cure. Ma non se la passano bene neanche i pazienti di Toscana, Emilia Romagna e Umbria. Per una mammografia si aspettano 4 mesi in media (122 giorni, un aumento di due mesi rispetto al 2014), si passa da 89 giorni al Nord-Ovest e a 142 nel Sud e nelle Isole.

La colonscopia ha un’attesa di 93 giorni in media, 109 al Centro e un minimo di 50 giorni nel Nord-Est. Anche per una visita oculistica i tempi si allungano: 87 giorni (aumento di 18 rispetto al 2014) con un minimo di 74 giorni al Sud e 104 nel Nord-Est. Calabria, Campania, Lazio e Molise non hanno indicato i tempi d’attesa per le cure.

Le spese sanitarie in Sardegna e in Sicilia continuano a essere non rimborsate, mentre l’importo del ticket ha un costo diverso da regione a regione. Una visita specialistica costa 16,5 euro nelle Marche e 29 euro nel Friuli Venezia-Giulia; per un’analisi dell’ormone della tiroide si va da 5,46 euro della Liguria a 13,22 della Sardegna. Il superticket sulla ricetta non viene applicato in Basilicata, Sardegna e Provincia autonoma di Bolzano mentre in altre otto Regioni (Abruzzo, Liguria, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) si pagano 10 euro in più su ogni ricetta.

Se si chiama un mezzo di soccorso, il tempo ritenuto accettabile d’attesa è di 18 minuti. Anche da questo punto di vista l’Italia appare divisa: si passa dai 27 minuti della Basilicata ai 13 della Liguria. Nella provincia autonoma di Bolzano si è assistito a un peggioramento, secondo i dati del 2015, si aspettava fino a 19 minuti un’ambulanza.

Anche nell’accesso ai farmaci l’Italia si presenta spaccata, la situazione preoccupante è che riguarda anche il caso dei farmaci oncologici. Il 42% delle strutture impiega 15 giorni per inserire nel prontuario terapeutico ospedaliero (PTO) i farmaci oncologici. Per altre strutture i tempi si dilatano fino a 2 e 3 mesi e fino a 120 giorni, cioè 4 mesi. Solo la metà delle strutture, inoltre, pretendono procedure per sostenere il costo dei farmaci che non sono passati dal SSN.

I pazienti oncologici aspettano da un giorno a un massimo di 90 nel Nord, da tre a un massimo di 200 al Centro e da sette a 90 nel Sud e nelle Isole. Per quanto, invece, riguarda i farmaci equivalenti vengono più usati nella provincia autonoma di Trento (41,1%) contro il 18,3% della Basilicata (il dato medio in tutto il Paese). Sempre la PA di Trento è quella che acquista più farmaci equivalenti, mentre la Calabria e la Basilicata sono le regioni dove si spendono meno soldi.

Anche se sono stati spesi a livello nazionale 24 miliardi per l’ammodernamento delle strutture sanitarie, le apparecchiature sanitarie sono spesso vecchie, oltre il 30% ha più di dieci anni. E sono in aumento anche infezioni correlate all’assistenza medica: sono state 22mila nel 2015. Un dato positivo va però sottolineato: i 24 miliardi sono stati spesi sia al Nord che al Sud (dal Friuli Venezia-Giulia, dalla PA di Bolzano e dalla Calabria).

Un altro capitolo dolente riguarda i vaccini, in nessuna delle 20 regioni l’Italia raggiunge la copertura raccomandata del 95%. Neanche sui i quattro obbligatori (polio, difterite, tetano ed epatite B), anche qui l’Italia appare spaccata. Si va dal 97% di Abruzzo, Molise e Basilicata, a più del 95% in Calabria e Sardegna fino ai livelli più bassi, sotto la soglia raccomandata, in Friuli Venezia-Giulia (89%) e 85% nella PA di Bolzano.

Altro capitolo per il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia, qui la copertura dovrebbe essere dell’87%, le regioni virtuose sono Lombardia (più del 93%), il Piemonte (più del 91%), superano il 90% anche Sardegna e Basilicata. Valori bassi per Molise (73,51) e Bolzano (più del 67%).

Male anche il vaccino antinfluenzale per gli over 65, rispetto al 75% raccomandato i dati si arenano intorno al 50%. Bene l’Umbria con il 63,1%, Calabria e Puglia, male ancora la PA di Bolzano solo con il 37,3% degli over 65 vaccinati.

Note negative anche per gli screening oncologici, secondo la Corte dei Conti solo Abruzzo, Molise e Piemonte raggiungono lo score minimo di 7 rispetto al numero di residenti che ha preso parte allo screening. Male i dati di Calabria, Puglia, Campania e Sicilia e del Lazio. Anche se le mammografie sono aumentate, esistono ancora differenze sul territorio nazionale. Al Nord 9 donne su 10 ricevono l’invito, al Centro meno di 9, mentre al Sud solo sei.

Nel periodo fra 2013-2015, il 78% delle donne dell’Emilia Romagna ha eseguito lo screening, bene anche la PA di Trento, mentre i dati più bassi si registrano in Campania (50%), Calabria (51%) e Sicilia (51%). La maggior parte delle donne che ha eseguito l’esame fuori dallo screening, dati compresi fra il 27 e il 29%, si registra nel Lazio e in Puglia.

Il 77% delle donne della Valle d’Aosta ha avuto uno screening cervicale, mentre le donne di Campania, Puglia, Abruzzo, Lombardia, Lazio e Liguria lo eseguono fuori dai programmi nazionali. Diminuisce, invece, l’adesione agli inviti per eseguire test colorettali, siamo arrivati al 43% a livello nazionale. Per molte regioni, inoltre, i dati fuori dagli screening eseguiti in strutture private supera quelli degli screening gratuiti.

Anche se ci si ammala meno di tumore al Sud, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è inferiore rispetto al Nord (49 vs. 52%). Solo in sei regioni d’Italia (Piemonte, Lombardia, Toscana, Trentino, Umbria e Veneto) sono attive le reti oncologiche. Non esistono, invece, in Abruzzo, Calabria, Basilicata, Marche, Molise e Sardegna. Nelle altre dovrebbero essere implementate.

Anche in questo punto di vista, l’Italia appare spaccata. I presidi e servizi oncologici sono 19,15 per milione di abitanti in Molise, mentre esistono regioni con 4,65 strutture (la Puglia). Per esempio, le strutture con radioterapia vanno dalle quattro della Toscana per milione di abitanti all’1,71 di Campania e Puglia. Per avere prestazioni specialistiche si attendono 72 ore, l’80% dei casi, nel Nord. Ed entro due mesi, il 100% dei pazienti del Nord accede all’intervento. Il dato sull’accesso alla radioterapia e alla chemioterapia preoccupa soprattutto al Centro e al Sud, non è garantito entro un mese nella totalità delle strutture.

Cittandinanzattiva propone alcune misure per risolvere i problemi che ancora colpiscono il nostro Paese:

  • Attuare i provvedimenti approvati, aumentare monitoraggio e verifica del Ministero e nel caso di inadempienze usare il commissariamento;
  • Aumentare e rafforzare il monitoraggio dei LEA facendo partecipare i rappresentati dei cittadini e aggiornando gli indicatori;
  • Ripensare allo strumento dei piani di rientro;
  • Diminuire e intervenire su eventuali differenze fra le regioni;
  • Cancellare le duplicazioni dei centri decisionali e delle responsabilità tra i diversi livelli;
  • Rivedere i ticket e abolire il superticket che ha creato diseguaglianza e iniquità su tutto il territorio nazionale.

Chiara Laganà

Fonte: Cittadinanzattiva