Lo stato della salute italiana post Covid-19

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Lo stato della salute italiana post Covid-19

L’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che quest’anno festeggia i suoi primi 60 anni, ha stilato lo stato della salute dei suoi 37 stati membri, Italia inclusa. In particolare, nei dati pubblicati nel 2021, si può già comprendere il peso e l’impatto che il Covid-19 hanno avuto sul nostro sistema sanitario.

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Il primo dato è che la speranza di vita si è abbassata di un 1,2 anno passando da 83,6 anni nel 2019 a 82,4 nel 2020. Una riduzione media dello 0,6 ha interessato gli Stati membri dell’Organizzazione: la Spagna condivide il nostro dato, mentre risultano più longevi Svezia (82,5), Irlanda (82,8), Israele (82,8), Australia (83), Islanda (83,1), Svizzera (83,2), Corea del Sud (83,3), Norvegia (83,3) e Giappone (84,7). Nonostante l’abbassamento, l’Italia continua a essere uno dei Paesi in cui si vive di più e supera la media OCSE (81 anni).

Nel caso della mortalità evitabile, l’Italia conta 136 decessi su 100mila persone, dato migliore rispetto alla media OCSE (199). L’Italia occupa una posizione migliore anche se si prende in considerazione il dato della popolazione che si trova in povere condizioni di salute: 7% contro l’8,5 dell’OCSE. Il 22,4 per cento della popolazione italiana è sopra i 65 anni, un dato ben superiore alla media (17,3).

Per quanto riguarda i numeri legati al Covid-19, fino al 1° novembre 4,8 milioni di casi sono stati registrati nel Paese e il Coronavirus ha causato la morte di più di 132mila persone. Mentre veniva lanciata in Italia la campagna per prenotare la terza dose, il 71% della popolazione aveva già ottenuto un ciclo completo del vaccino contro il Covid-19, un dato più alto rispetto alla media OCSE ferma al 65.

L’Italia è l’undicesimo Paese su 37 membri per la percentuale di vaccinazioni, numeri rincuoranti visto che agli inizi di luglio occupavamo la ventunesima postazione. Il vaccino è fondamentale per ridurre il propagarsi del virus. L’Organizzazione, inoltre, sottolinea come l’Italia abbia incentivato la vaccinazione richiedendo, primo Paese in Europa, il green pass per tutta la popolazione lavorativa.

Un dato comune anche in altri Paesi, il Covid-19 ha avuto un impatto negativo sulla salute mentale dell’Italia e dei restanti 36 stati membri. La depressione è aumentata del 17,3% se messa a confronto con l’anno precedente. Dati peggiori si registrano in Gran Bretagna, Messico e USA.

Sempre a causa del Covid-19 la spesa sanitaria è fortemente aumentata: dall’8,7% al 9,7% del PIL italiano è stato speso per la sanità. Un incremento dello 0,9 % si è registrato in tutta l’area OCSE. Il Coronavirus, come anche riportato dall’ISTAT, ha fortemente rallentato e ritardato la cura delle altre malattie. In particolare, si registra nel nostro Paese un preoccupante 38 % in meno di screening per combattere la diffusione del cancro al seno rispetto a quelli eseguiti nel 2019.

Fra i dati positivi, il consumo di alcool per gli italiani è ben sotto la media dei Paesi OCSE, stesso dato per obesità. I fattori di rischio restano molteplici e in Italia si fuma più rispetto agli altri 36 Paesi. Nel dettaglio, il 19 % degli italiani sopra i 15 anni fuma giornalmente, mentre si consumano otto litri di alcool pro-capite. Il 46% della popolazione italiana ha un indice di massa corporea (BMI) maggiore o uguale a 25 (chi ha il BMI compreso fra 25 e 30 è in sovrappeso oppure obeso, ndr). Peggiorano, invece, rispetto al 2019 i dati relativi alle morti causate dall’inquinamento: su 100mila sono state 41, mentre la media OCSE si attesta a 56.

Il 100 % della popolazione italiana ha accesso alle cure, il 61 % si dichiara soddisfatto, e il 74 % delle spese sanitarie sono coperte. Al 19,8 % della popolazione è stato prescritto un antibiotico, dato sopra la media (17) che prova l’abuso di prescrizione di questi farmaci nel nostro Paese. Su 100mila persone, 39 ottiene cure primarie ospedaliere, dato molto lontano dalla media OCSE: 171. Il 61 % delle donne sopra i 50 anni ha fatto una mammografia negli ultimi due anni, un numero in media con l’Organizzazione della Cooperazione e dello Sviluppo Economico.

Uno degli indicatori scelti dall’Organizzazione per stilare lo stato di salute dei suoi 37 membri è la mortalità sopravvenuta a un mese dalla diagnosi di un infarto miocardico acuto: su 100mila persone 5 è deceduto, un dato poco più basso della media (7).

L’Italia deve ancora migliorare in qualche dato: si registrano carenze relative al numero degli infermieri e ai letti e nella spesa nazionale per la long care. Relativamente alla spesa sanitaria, i dati italiani sono di poco sotto quelli dell’OCSE (8,7 contro 8,8 %), mentre si spende meno per le cure di lunga durata che riguardano persone disabili o gravemente malate: in Italia solo lo 0,9 % del PIL è destinato a queste cure contro la media OCSE dell’1,5%.

Nel nostro Paese, invece, ci sono più medici che negli altri 36 dell’Organizzazione: 4,1 ogni mille abitanti (3,6 media OCSE). Si registra, al contrario, una penuria di infermieri: 6,2 ogni mille abitanti contro la media dell’8,8. Anche i dati relativi ai letti ospedalieri non sono incoraggianti: ogni 1000 pazienti ce ne sono 3,2 contro i 4,4 della media dei Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico entrata in vigore il 30 settembre 1961e che ha sostituito la OECE, (Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea) creata subito dopo il secondo conflitto Mondiale per amministrare i fondi del Piano Marshall per ricostruire l’economia europea dopo la guerra.

Fonte: OCSE

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