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ISTAT, nasce un archivio integrato dei disabili

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ISTAT, nasce un archivio integrato dei disabili

L’ISTAT vuole creare un archivio integrato dei disabili mettendo insieme diverse fonti: i dati nazionali e statistici, le certificazioni della 104, le pensioni di invalidità e gli infortuni dell’INAIL. L’integrazione di questo con altri archivi permetterà di analizzare anche il grado di inclusione dei disabili in ambito scolastico e/o lavorativo.

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Con i dati già in possesso, l’ISTAT può analizzare: il tipo di disabilità, le caratteristiche individuali, i comportamenti, l’accesso ai servizi, le condizioni economiche e i servizi offerti.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di Statistica, in Italia ci sono 3,2 milioni di disabili, 2.500.000 dei quali sono anziani. Le donne sono più numerose degli uomini: il 7,1 contro il 3,8%. Il 55,5%, ha più disabilità. Un milione e 800mila persone sono considerati disabili gravi e tra loro, la metà di coloro che hanno meno di 65 anni non riceve aiuti dai servizi pubblici, non può chiedere quelli a pagamento e non può avere aiuto dai familiari.

Delle 52mila persone che sono da sole (con meno di 65 anni), il 23% può contare sull’assistenza pubblica, il 15,5% ha l’assistenza a domicilio a pagamento. Più della metà (54%) chiede aiuto a familiari non conviventi, mentre il 19%, 10mila persone, non può contare su nessun aiuto. Per loro, il Dopo di noi è già iniziato e sono in condizioni fortemente critiche.

Per quanto riguarda l’istruzione e l’inserimento lavorativo dei disabili con almeno 15 anni, solo uno su quattro si diploma. Le maggiori differenze riguardano le classi di età avanzate. Nel mondo del lavoro, il 24,8% dei disabili uomini dai 15 ai 44 anni dichiara di lavorare e fra i 45 e i 64 anni la percentuale è il 23%. Nelle stesse fasce d’età, la percentuale delle donne occupate è, rispettivamente, il 20,4% e il 14%.

L’85% dei disabili minorenni vede i propri amici almeno una volta a settimana, rispetto al 91% dei coetanei normodotati. Per gli ultra sessantenni i dati scendono al 45%. Il 21,6% ha partecipato a un generico spettacolo, contro il 24,7 dei normodotati. Solo il 4,8% dei disabili over 65 va al cinema o al teatro, mentre i dati rispecchiano un andamento generazionale per quanto riguarda l’accesso a internet.

Grazie ai dati delle indagini del 2012-2013, l’ISTAT ha stilato una serie di numeri per stabilire a chi sarà indirizzato il Dopo di noi. Secondo la legge sono quelle “persone con disabilità grave non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità̀, prive di sostegno familiare, in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché́ gli stessi non sono in grado di fornire l'adeguato sostegno genitoriale”.

I dati però non riescono a fornire la platea dei beneficiari. Le prime fonti, quelle amministrative, non riescono a dare un numero preciso delle persone che possono usufruire del Dopo di noi. Le indagini specifiche, invece, danno dettagli sul contesto familiare e l’aiuto che i disabili ricevono.

Secondo l’Istituto, è molto importante che si tenga conto di una valutazione in ambito medico, biologico, psicologico e sociale insieme ai dati del sistema di classificazione IFC.

Secondo i dati, la maggior parte delle disabilità gravi di chi ha 65 anni o più è legata all’invecchiamento e sono i genitori degli over 65 quelli con maggior difficoltà ad avere accesso alle cure e all’assistenza. Seguendo questi dati, gli unici che ne possono usufruire sono i disabili con meno di 65 anni che vivono da soli o con genitori anziani. Il totale ammonta a circa 127mila disabili.

Alcuni dati ISTAT hanno stabilito che due terzi dei disabili gravi possono sopravvivere ai propri familiari. Nei prossimi cinque anni, 12.600 disabili non avranno più i familiari.

Una parte dello studio, poi, è dedicata alla spesa sanitaria per i disabili: nel 2016 sono stati spesi 28 miliardi di euro. Secondo la legge 328 del 2000, le spese di assistenza sociale spettano al Comune. Nel 2013, il miliardo e 724 milioni è stato usato nella sua metà per erogare contributi alle famiglie, l’altra metà è stata diretta a enti privati. La spesa per i disabili è in aumento, ma ha subito uno stop nella sua crescita. Nel 2013, la spesa pro capite per disabile era di 2.736 euro, con fortissimi squilibri da Regione a Regione. Il Trentino Alto-Adige, per esempio, spendeva 14.184 euro pro capite, il Friuli Venezia Giulia (10.715). Maglie nere: Calabria con 326 euro e Campania con 731 euro.

La spesa riguarda prevalentemente il sostegno scolastico, i centri diurni e le strutture residenziali.

La spesa socio-assistenziale riguarda 40.700 beneficiari, il 6,5% della popolazione disabile. Ogni comune paga in media 3.600 euro annuali per ogni utente. Dell’assistenza domiciliare spetta ai Comuni la componente socio-assistenziali (2.400 euro), mentre il servizio sanitario nazionale si occupa delle altre spese (importo medio 2156 euro).

Fra gli altri contributi economici, va sottolineato quello dello dei servizi alla persona: 15.700 utenti per un importo di 3.900 euro. Le strutture sanitarie, invece, sono a carico dello Stato. Nel 2014, il 29% dei posti letto è stato a carico delle risorse pubbliche, il 45% del non profit e il 25% settore privato no profit. Nel 2014 c’erano a disposizione 51mila posti letto. Come per altri dati, la presenza sul territorio nazionale di strutture residenziali per disabili presenta squilibri.

Le residenze sono di diversa natura, fra le altre: alloggi con servizi per la disabilità, case famiglia, centri accoglienza, gruppi appartamento, alloggi protetti, residenze sanitarie assistenziali, centri per riabilitazione e residenze sanitarie-riabilitative. I servizi erogati riguardano sia l’ambito sociale che sanitario. Il 76% di queste strutture sono RSA, offrono dunque alloggio e assistenza. Il 90% di queste strutture sono a gestione comunitaria.

Le residenze a gestione familiare, invece, sono più piccole, ma offrono un ambiente più simile a quello che i disabili potrebbero trovare dentro una famiglia. Dal 2010 al 2014, sono aumentate. I dati anche qui cambiano da Regione a Regione. Sono più del 30% nel Lazio e solo 18% a Bolzano e il 16% in Calabria.

Anche questo tipo di residenze sono a carico del Comune. Nel complesso sono 25mila i disabili che si trovano in strutture residenziali, per una spesa che ammonta a 300 milioni di euro. A questa si aggiunge la partecipazione del SSN, 87 milioni e quella a carico degli utenti, 55 milioni.

In media un Comune paga 11.898 euro all’anno per l’assistenza a un disabile in una struttura. A carico del disabile, invece, sono 2.211 euro mentre 3463 vengono pagati dal SSN. I dati cambiano da Regione a Regione e anche dalla gestione del servizio.

La copertura è variabile, se nel Nord-Est il 98% dei Comuni offre assistenza o contribuisce, al Sud la quota scende al 20%, mentre la media Paese è del 60%. Si va dal 16% di disabili che usufruisce del servizio a Bolzano allo 0,3% in Calabria, con una media a livello nazionale del 4,2%.

Chiara Laganà

Fonte: Istat

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