L’impatto della pandemia sulla sanità e sulla demografia italiana

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L’impatto della pandemia sulla sanità e sulla demografia italiana

Il 2020 è stato caratterizzato dalla pandemia, il Covid-19 ha cambiato radicalmente le nostre vite e ha avuto un forte impatto sulla sanità e la demografia italiana, secondo quanto recitano i dati ISTAT nel loro Rapporto Annuale.

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In che modo il Covid-19 ha cambiato la mortalità, la natalità e l’ospedalizzazione nel 2020? Si è ridotta la speranza di vita alla nascita, ma restano le divisioni sul territorio e secondo l’Istituto Nazionale di Statistica in sostanza i dati del 2020 hanno confermato il “malessere” esistente in ambito demografico e hanno peggiorato la situazione dei giovani. Il 2020 ha fatto segnare un nuovo minimo storico per quel che riguarda il numero di nascite e il calo presente anche nei primi mesi del 2021 ha riconfermato il ruolo importante svolto dalla pandemia.

La diminuzione delle nascite

La diminuzione delle nascite è un fenomeno che è partito dal 2008 e nei dati del 2020 la pandemia ha avuto un ruolo solo marginale. Nei primi mesi dell’anno si attesta una diminuzione del 2,7 per cento, un dato perfettamente in linea con il decennio precedente 2009-2019 (-2,8%), si registrano però meno concepimenti nei mesi di novembre e dicembre; il Nord-Ovest è la regione più colpita e nell’ultimo mese del 2020 segna un -15,6%. Molte coppie hanno posticipato la decisione di avere un figlio per colpa del lockdown.

Un dato confermato anche a gennaio e se si tiene conto che i nati di febbraio 2021 sono stati concepiti a maggio 2020 si comprende ancora di più il peso della pandemia su questi dati. Si deve attendere il mese di marzo 2021 per registrare la prima inversione di tendenza: i nati aumentano del 3,7 per cento (32.941, quasi 1.200 in più), con un incremento maggiore nel Mezzogiorno (8%), mentre a marzo 2021, i dati sono ancora negativi nel Nord-Ovest (-0,6%) e si registrano flessioni nelle nascite anche nella vicina Francia.

Inoltre, nascono meno figli all’interno dei matrimoni (18mila in meno rispetto al 2018), anche questi in calo. Nascono più figli al di fuori delle relazioni matrimoniali, ma il calo di nascite interessa tutto il Paese così come l’aumento delle nascite registrato nel 2021 è quasi esclusivamente “fuori” dal matrimonio (aumentate di 1.400, il 14,2%). In sintesi, in un Paese come l’Italia che ha già sperimentato in passato il tasso di nascite vicino a zero, la pandemia ha di fatto diminuito ancora il numero dei nati. Con meno matrimoni celebrati nel triennio 2021-2023 possiamo aspettarci 36.500 nascite rispetto alle 70mila ipotizzate pre-Covid.

I dati sulla mortalità

Altri numeri per i dati relativi alla mortalità. Nel 2020 si è registrata una quota di decessi elevatissima, mai così alta dal secondo dopoguerra: 746.146, 100.526 in più rispetto alla media 2015-2019. Da marzo a dicembre 2020, il Covid-19 ha contribuito a livello nazionale del 10,2 per cento e in parti diseguali nelle aree del Paese (14,5% nel Nord, 6,8% nel Centro e 5,2% nel Sud) e nelle fasce d’età registrando un numero più elevato di morti in quella compresa fra i 65 e i 79 anni (12, 4%): 4,6 % da 0 a 49 anni, 9,2% dai 50 ai 64, 9,6% negli over 80.

Nel 2020, quindi, si è registrato un aumento del 9 per cento della mortalità rispetto al 2015-2019 e in alcune regioni un aumento considerevole di decessi: Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, la Provincia autonoma di Trento, mentre al contrario il Lazio è una delle poche dove il valore è in calo.

L’aumento della mortalità, inoltre, si riflette anche sulla speranza di vita alla nascita che cala a 82 anni, per gli uomini a 79,7 anni e 84,4 per le donne. Inoltre sono aumentati i decessi fra gli over 80, sono decedute 76.708 persone in più rispetto al 2015-2019. Rispetto al quinquennio muoiono più uomini e nelle classi di età più elevate e si registra una differenza tra Nord e Sud, rispetto all’anno della pandemia, invece, la mortalità fra le persone sotto i 50 anni è rimasta invariata.

Nel mese di marzo 2020, invece, si è registrato un picco: molti più decessi rispetto al 2015-2019 e paragonandolo ai primi mesi del 2021 c’è stato un eccesso di mortalità rispetto alla media. Ci sono stati più morti al Nord, l’area più colpita nella prima fase della pandemia; in Lombardia, per esempio, si sono registrati nei primi due mesi del 2021 19.405 decessi di cui 2.963sono attribuibili al Covid: dati in aumento rispetto al 2015-2019 e al 2020 nel primo mese e in calo nel secondo.

Se si analizzano, poi, i decessi per età è chiaro l’impatto del Covid-19: meno fra i minori di 50 anni e sempre di più fra gli over 80. Ma quale è stato il ruolo del Coronavirus? L’aumento della frequenza di morti nei mesi di marzo-aprile 2020 è stato di 49mila unità, di queste, 29mila sono legate al Covid, le restanti 20mila ad altre cause. È incrementata la mortalità per polmoniti e malattie croniche cause dei decessi nella prima fase della pandemia: polmoniti e influenza hanno riguardato il 10% dell’universo e tra le altre cause si registrano malattie croniche, demenze, cardiopatie e diabete.

L’impatto del Covid-19 nella mortalità

Il Covid-19 ha giocato un ruolo nei casi di mortalità provocati dal virus e nelle restanti cause di morte. L’aumento di morti per polmoniti testimonia una sottostima della mortalità nella prima fase; anche i decessi per cardiopatie ipertensive e diabete potrebbero essere riconducibili a un ruolo indiretto della pandemia.

Si può affermare che la diffusione del virus ha impresso un cambiamento repentino nelle tendenze dei dati di mortalità in Italia. L’eccesso ha riguardato nel 71 % dei casi gli over 80 uomini e nell’82,9 % nel caso delle donne oltre gli 80 anni. È opportuno sottolineare che nei primi mesi della pandemia è stata la seconda causa di morte dopo i tumori. Tra gli over 80, invece, resta la prima causa con 8482 casi fra gli uomini e 8737 fra le donne. Anche le polmoniti e l’influenza sono fra le cause principali di quest’eccesso di mortalità.

A peggiorare lo stato di salute delle persone anziane, le condizioni preesistenti che aumentano con l’età e hanno giocato un ruolo attivo nei decessi legati al Covid-19. Per esempio, le malattie ipertensive e il diabete sono state associate più frequentemente ai decessi per Covid-19piuttosto che con quelli causati da polmonite-influenza (24% contro 12% e 16% contro 11%). Ci sono dunque alcune malattie da combattere per evitare di morire per Coronavirus, le complicanze sono tutte legate all’apparato respiratorio: polmonite (77% dei casi), insufficienza respiratoria (63%), sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) e altri sintomi e segni respiratori (6%).

Aumentano i morti negli istituti di cura

Le statistiche della mortalità hanno anche riguardato i luoghi. Negli istituti di cura, infatti, si è registrato un aumento maggiore: tra gli uomini i casi di morte attribuiti a Covid-19 spiegano l’incremento, mentre per le donne c’è stato un numero minore rispetto al 2015-2019. I decessi nelle strutture residenziali e socio-assistenziali sono aumentati del 153%, con più uomini rispetto alle donne, ed è un dato collegato al Coronavirus. Quasi invariata la mortalità negli hospice, ma l’aumento del 3% è anche qui dovuto alla pandemia.

L’effetto del Covid-19 nelle prestazioni sanitarie e ambulatoriali

Qual è stato l’effetto della pandemia, invece, nelle prestazioni sanitarie e ambulatoriali? Nel corso della pandemia si è assistito a un calo di prestazioni sanitarie, complice una situazione già negativa del SSN, la diffusione del virus e la conseguente paura di contrarlo. Quest’insieme dei variabili ha portato a un calo significativo delle prestazioni durante la pandemia, un dato che segue quello degli anni precedenti ma con cause diverse.

Nel 2020, le prestazioni sanitarie e ambulatoriali sono diminuite del 20%. Un dato rilevante se messo a confronto con quello del 2019 in cui era stato solo dell’1%. Curiosamente non ha riguardato solo il Nord d’Italia, colpito più duramente dalla pandemia, ma tutte le regioni, con i dati più bassi in Basilicata e nella provincia autonoma di Bolzano (-50% e -42%); al contrario flessioni minori si sono registrate in Campania, Sicilia e Toscana (da -15 a -11%). La Lombardia, regione più colpita, ha invece registrato un dato simile al nazionale, le prestazioni sanitarie meno eseguite sono state quelle pediatriche e, infatti, sono calate del 33%. Anche le visite specialistiche sono scese di un terzo, e la Basilicata continua a essere maglia nera con un calo del 65%, mentre Valle d’Aosta e Marche si attestano su 53 e 50%.

La percezione dello stato di salute

L’ISTAT ha anche pubblicato dei dati per comprendere qual è stato l’impatto della pandemia sulla percezione dello stato di salute. Nonostante sia stato un anno in negativo, in generale, l’indicatore della buona salute percepita è migliorato: gli italiani intervistati dichiarano di stare bene o molto bene con tre punti in percentuale in più rispetto al 2019. Quest’incremento è legato a tre diverse cause: si sta bene quindi si enfatizza questo stato, non si è avuto accesso ad alcune cure quindi è mancata la percezione dello stare male e, infine, la minore esposizione a rischi esterni durante il lockdown potrebbe aver ridotto l’incidenza di patologie acute.

La pandemia e servizi e prestazioni sanitarie

Un altro dato del Rapporto Annuale riguarda la sospensione o il rinvio di servizi e prestazioni con un conseguente aumento dei rischi. L’ISTAT ha preso in considerazione il numero di analisi strumentali (TAC, risonanze e biopsie) e prestazioni di cura urgenti (dialisi e radioterapia) entrambe erogabili a pazienti che hanno gravi malattie. Nel 2020 sono state circa 2 milioni in meno, con un calo del 7%. Sono diminuite soprattutto al Nord (9,4%), al Centro (4,9%) e al Sud (41,1%), i fanalini di coda fra le regioni sono Basilicata (-71,4%) e Marche (-24,9%). Ancora non si conoscono gli effetti che i rinvii possono avere sulla salute dei cittadini, ma sarà considerevole soprattutto per chi ha patologie cardiovascolari e oncologiche.

Le diseguaglianze sociali e il tasso di mortalità

L’ISTAT ha anche approfondito le diseguaglianze sociali nella mortalità per Coronavirus in Italia. C’è stato, citando INPS, un peso diverso fra settori in attività e circolazione del virus e un’esposizione diversa a seconda della regione di residenza e settore di lavoro. Il diabete e l’obesità sono spesso stati associati al decesso per Covid-19.

Un altro dato da incrociare è quello dei livelli di istruzione: a 25 anni, un uomo con un livello di istruzione bassa ha 3,6 anni di speranza di vita minore rispetto a un coetaneo con un livello alto; discorso analogo in altre fasce d’età e per le donne. Mentre le regioni più longeve (Umbria, Marche, Emilia-Romagna e la provincia autonoma di Bolzano) non presentano sostanziali differenze, nel Sud il legame basso livello d’istruzione e decessi è più rappresentato.

Un legame che si è registrato anche nelle Regioni dove è aumentato il tasso di mortalità, in particolare nel Nord-Ovest il rapporto fra mortalità e livello di istruzione basso è di 1,3 negli uomini e 1,2 nelle donne fino a 1,5 e 1,4 durante la pandemia.

Inoltre, nei mesi più duri della pandemia sono scomparsi più uomini rispetto alle donne e anche la classe d’età è stata una variante unita alle diseguaglianze sociali colpendo i meno istruiti. Dati che vengono rispecchiati anche nei decessi delle donne e nelle altre fasce d’età e nelle fasi più acute della pandemia.

Fonte: ISTAT

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