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FISH presenta VERA, la ricerca sulle donne disabili vittime di violenza e abusi

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FISH presenta VERA, la ricerca sulle donne disabili vittime di violenza e abusi

Se ne parla poco, ma è un problema reale che riguarda molte donne disabili: violenze e abusi troppo spesso taciuti e che non hanno ancora una rappresentanza né dal punto di vista legale, né da quello istituzionale. Se n’è discusso al Senato nella giornata Donne con disabilità, violenze e abusi: basta silenzi.

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Daniela Bucci, sociologa e ricercatrice della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH), ha presentato i dati finora raccolti dalla ricerca VERA, acronimo di Violence Emergence, Recognition and Awareness (Violenza, Emergenza, Riconoscimento e Attenzione). Prima di VERA, in Italia esistevano pochi dati relativi alle donne disabili vittime di violenza.

Su 476 donne che hanno compilato il questionario, il 32,1% ha ammesso di aver subito una qualche forma di violenza da parte del partner (attuale o ex), di un familiare, di un conoscente, di uno sconosciuto o di un operatore (ossia di una persona che assiste professionalmente la donna con disabilità). Tuttavia, se si analizzano le domande inerenti le singole forme di violenza considerate: l’isolamento, la segregazione, la violenza fisica e psicologica, le molesti sessuali, lo stupro, la privazione del denaro, dichiarano di esserne state vittima ben 314 donne, pari al 66% del totale. Inoltre, mediamente ciascuna di queste 314 donne ha subito quasi tre tipi di violenze diverse. In quasi l'80% dei casi l’autore è una persona nota alla vittima: in circa il 50% si tratta del partner, attuale o passato, o di un altro familiare, nel 22% di un conoscente e nel 7,5% di un operatore. Nel restante 20,9% si tratta invece di uno sconosciuto. Solo il 34,4% delle donne con disabilità vittima di violenza ha dichiarato di aver reagito.

Nel questionario di VERA è stata posta anche una domanda relativa al perché, secondo l’opinione delle vittime, fossero accadute queste violenze: il 13,4% crede di essere stata vittima principalmente perché disabile, il 36,3% pensa che sia a causa del genere, mentre il 27,1% crede che la causa sia concatenata a genere e disabilità. C’è infine un 23,2% di vittime che non esprime un'opinione.

In apertura del convegno, il saluto introduttivo dell’unico uomo, Vincenzo Falabella, presidente della FISH, che ha portato anche i saluti del ministro per la Famiglia e la Disabilità, Lorenzo Fontana. “Il tema della violenza sulle donne e sulle nostre cittadine è un tema che viene ancora nascosto in ogni ambito della vita. L’attenzione del nostro movimento su questo, sin dal convegno di maggio di quest’anno, è che si obbligasse la federazione a prendere delle misure specifiche. Abbiamo creato momenti di confronto per cercare di dire basta ai silenzi che purtroppo oggi si manifestano in occasioni così violente”.

Silvia Cutrera di FISH ha inquadrato il problema delle donne disabili vittime di violenza citando la convenzione di Istanbul approvata in Italia con la legge n° 77 del 2013 che introduce il concetto di “violenza sulle donne”: “Le donne con disabilità sono più esposte a violenze e abusi, il percorso di uguaglianza è difficile in varie fasi della vita, incluso quello della sfera sessuale e riproduttiva, del raggiungimento di indipendenza economica e la partecipazione nei processi decisionali politici dai quali le ragazze e le donne con disabilità sono state escluse avendo meno opportunità associative”.

Inoltre, le donne disabili spesso non riescono a denunciare, per motivi legati ai metodi di denuncia “poco accessibili” o in casi più gravi (e molto frequenti) sono vittime di violenze da parte delle persone che se ne dovrebbero prendere cura:“L’aspetto più inquietante è che le donne spesso non riescono a denunciare il tipo di violenza che hanno subito, hanno bisogno di più cura e spesso accade che le persone che si prendono cura diventano il persecutore e molestatore, inoltre per le donne con disabilità intellettiva e relazionale è ancora più difficile riconoscere, denunciare ed esprimere il disagio”.

Tre delle loro storie sono raccolte nel breve docufilm Silenzi interrotti, diretto da Ari Takahashi: Maria Paola, 27enne vittima di un partner violento; Anicia, vittima di violenze da parte della madre e, infine, Emanuela, stuprata da un fisioterapista nella struttura dove andava per fare ippoterapia. Tre donne che si sono rivolte a Differenza Donna, l’associazione che ha collaborato alla stesura della ricerca,

Dai dati della ricerca VERA e dalle conclusioni della giornata FISH dedicata alla violenza sulle donne disabili è emerso che per prevenire forme di violenza è importante “la formazione e la consapevolezza di essere di essere titolare dei diritti” e per questo motivo: “L’accesso all’istruzione è fondamentale perché condiziona il progetto di vita, un progetto di lavoro che non sia solo in posizione subordinata. Sono necessarie azioni di sensibilizzazione e formazione per coloro che operano con persone con disabilità e anche per chi lavora nei centri anti violenza, che devono essere in grado di riconoscere le denunce che arrivano anche da donne con disabilità”.

A definire la complessità legata alle violenze subite dalle donne disabili, la dottoressa Sara Carnovali, che ha spiegato cos’è “il corpo delle donne con disabilità”, oggetto del libro omonimo edito da Aracne. Per l’esperta di diritto costituzionale la discriminazione subita dalle donne disabili è multipla: “Ciascun individuo può essere caratterizzato da sei fattori di rischio: orientamento sessuale, credo religioso, disabilità, età, origine etnica e genere, i quali si possono intersecare fra loro, dando origine a discriminazioni orizzontali nei rapporti interpersonali, o di tipo verticale, quindi istituzionali, quando un soggetto non viene considerato dall'ordinamento, in violazione dell’articolo 3 comma 2 della Costituzione italiana”.

Nel caso delle donne disabili, inoltre, la discriminazione è intersezionale, come spiega Carnovali: “Le discriminazioni multiple sono di diverso tipo, in questo caso intersezionali, per cui non si sommano i fattori, ma interagiscono in modo sinergico e non si riesce più a capire se una donna è vittima in quanto donna o in quanto persona con una o più disabilità”.

Citando alcuni studi, l’esperta di Diritto costituzionale afferma che le donne disabili sono state escluse dal dibattito femminista in base a due fattori: in primo luogo, le donne disabili rivendicano per loro dei diritti che sono stati tradizionalmente percepiti come una minaccia dai movimenti femministi; le donne disabili, inoltre, non sono viste come possibile oggetto del desiderio sessuale maschile.

I diritti afferenti al corpo spiegano perché le donne disabili sono vittime di una discriminazione multipla: “I diritti sul corpo delle donne con disabilità hanno una copertura costituzionale negli articoli 2, 3, 13 e 32 comma 2, ma le stesse scontano sia il mito dell’asessualità sia, all'opposto, il mito dell’ipersessualità, secondo il quale avrebbero una sessualità fuori controllo, da dominare con interruzioni di gravidanza o, in altri Paesi, sterilizzazione forzata. Inoltre, la legislazione non sembra sempre offrire adeguata tutela alle donne con disabilità, in particolare sembrano esserci lacune in merito alle procedure di acquisizione del consenso informato all’interruzione volontaria di gravidanza. In altri luoghi, come in Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Australia e USA vengono sterilizzate forzatamente”.

Nonostante la direttiva UE 29 del 2012 sottolinei che le donne disabili siano vittime di reato in situazione di vulnerabilità, l’attuazione della normativa sovranazionale è avvenuta in modo frammentato ed incompleto: “È difficile orientarsi per chi si occupa di diritti; assistiamo a un’inaccessibilità dei canali di comunicazione, al fatto che molti canali per denunciare la violenza sono linee telefoniche e talvolta - se pure esiste il canale email - non viene data risposta, al fatto che c’è un’inaccessibilità alla giustizia che concerne anche la formazione degli operatori delle forze dell'ordine, magistrati, avvocati. Per esempio, spesso non si sa che alcune tipologie di luci possono compromettere l’esame dei testimoni con disturbi dello spettro autistico, nonché vi sono anche operatori socio sanitari impreparati a gestire la sessualità delle persone con disabilità”.

Per chi volesse compilare il modulo VERA, lo trova a questo link:

http://www.fishonlus.it/vera/

Chiara Laganà

Nota: Ringraziamo la Dott.ssa Sara Carnovali e la Dott.ssa Daniela Bucci per le precisazioni