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Federalismo in sanità non funziona

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Federalismo in sanità non funziona

Il federalismo nella sanità sembra ancora un miraggio: un cittadino su dieci rinuncia alle cure per via di attese troppo lunghe anche in Regioni grandi e importanti come Lazio e Veneto. Nel sistema sanitario esistono 20 regioni completamente diverse: diversificato l’accesso ai farmaci sperimentali, l’accesso a quasi tutti i tipi di cure e, in alcune regioni, i LEA (Livelli essenziali di assistenza) sono meno e/o meglio garantiti. A denunciarlo è l'Osservatorio civico sul federalismo in sanità presentato da Cittadinanzattiva.

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Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittandinanzattiva, ha sottolineato che “oggi alcune Regioni in Piano di rientro (1) hanno un’offerta dei servizi persino al di sotto degli standard fissati al livello nazionale, ma con livelli di Irpef altissimi e ingiustificabili dai servizi resi”. L’Italia è al di sopra della media dei Paesi OCSE per quel che riguarda le spese sanitarie: 3,2% contro il 2,8%. Si spendono ben 781,2 euro in Valle d’Aosta e 267,9 in Sicilia. Lo stesso discorso vale per la spesa sanitaria pro capite, più alta nelle Regioni in piano di rientro, come Lazio e Campania, quest’ultima è la Regione che dà meno garanzie ai propri cittadini per l’erogazione dei LEA.

Per risolvere questo problema bisognerebbe accogliere le proposte del “federalismo sanitario e del Servizio Sanitario Nazionale è portare le Regioni più critiche ai livelli delle più virtuose e proiettarle tutte verso il miglioramento dei servizi per i cittadini”. Per metterlo in pratica bisogna rispettare uniformemente le norme in tutte le 20 regioni. Un’altra soluzione viene dal monitoraggio dei LEA. Non c’è nessun dato, per esempio, sulla rinuncia delle cure: vanno dunque aggiornati i LEA, ecco che cosa sostiene Aceti:  “Se venisse, poi, approvata la riforma costituzionale, renderebbe più forte il livello centrale e irrobustirebbe, contemporaneamente, quello delle Regioni, attribuendo loro non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche la programmazione sanitaria.”

Abbiamo già citato gli abbandoni o le rinunce della cura: sono spesso dovuti a ritardi. In 26mila si sono rivolti al Tribunale del malato, il primo motivo è l’attesa delle cure. Le regioni dove si aspetta di più sono: Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sicilia, P.A. Trento e Bolzano e Veneto. I tempi d’attesa non sono poi identici da Regione a Regione: per un’ecografia completa  nel Nord-Ovest si attendono 42,8 giorni, 88 giorni per il Centro.  Per la riabilitazione motoria, invece, si possono aspettare 13 giorni nel Nord Est, quasi 69 giorni nel Sud. Sempre in Meridione, per superare questo problema, i cittadini spesso si rivolgono a specialisti privati.

Per motivi economici, liste di attesa e ticket rinuncia alle cure il 7,2 per cento dei residenti. 2,7 milioni di persone per motivi economici, la seconda causa sono le liste di attesa. Anche fra i ticket si registrano differenze fra Nord e Sud: l’importo varia da Regione a Regione: sono più cari al Sud rispetto al Nord.

Per i posti letto, invece, sono diverse le Regioni che rispettano il fatto di averne tre ogni mille abitanti. Il miglior dato si riscontra in Friuli Venezia Giulia, i peggiori in Calabria, Puglia e Campania. È anche ridotta la media dei giorni di degenza per acuti, sono in linea con lo standard: Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta e Marche. Il Veneto ha una media più alta insieme a Liguria e Friuli Venezia Giulia. Maglia nera alla Calabria con soli 5,49 giorni di degenza.

Altro problema è quello dell'assistenza territoriale, le Regioni in Piano di Rientro e, soprattutto, il Sud non soddisfano i bisogni della popolazione. Per quel che riguarda, invece, i punti nascita: dei 531 attivi nel 2014, solo in 98 si registrano meno di 500 parti all’anno. Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Lazio, Abruzzo risultano inadempienti, mentre altre cinque regioni sono adempienti con impegno (Piemonte, Emilia Romagna, Molise, Basilicata). Sul fronte del parto cesareo, la situazione resta negativa, in Italia si effettua il 35,9% dei parti con questo metodo. A livello regionale, poi, va segnalato il 62,3% dei parti campani eseguiti con questa tecnica. Anche nel caso delle terapie intensive neonatali, non si rispettano regole standard.

Nella prevenzione il Sud resta indietro, succede lo stesso a due regioni “importanti” come Lazio e Veneto. Su 16 Regioni italiane monitorate, otto rispettano le indicazioni ministeriali riguardo ai LEA: Basilicata, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana, Umbria e Veneto. Fra queste Basilicata, Liguria e Veneto hanno fatto dei passi indietro nel 2013 rispetto al 2012.  Anche fra le altre otto regioni (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia) 4 fanno ulteriori passi indietro.

Per quel che riguarda le vaccinazioni obbligatorie infantili, solo Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, Provincia Autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta raggiungono la quota del 95 per cento.

Le Regioni del Sud, Liguria, Bolzano, Marche, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Umbria sono al di sotto delle media nazionale di copertura per quel che riguarda gli screening oncologici organizzati (mammografico, colorettale e cervicale).

Altre disparità si registrano nell’accesso ai farmaci innovativi: i giorni per inserirli nei Prontuari regionali passano dai 600 della Toscana e dell’Umbria ai 740 dell’Emilia Romagna, mentre sui tempi massimi servono 953 giorni in Abruzzo e ben 2527 in Emilia Romagna. Per quanto, invece, riguarda i farmaci ai non residenti, Marche, Piemonte, Lazio e Basilicata, salvo eccezioni, prevedono solo l’erogazione ai residenti.

I dati per la procreazione medicalmente assistita segnalano differenze fra le varie Regioni. Due terzi dei centri sono concentrati in Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia e Veneto, ma c’è grossa differenza fra pubblici, privati convenzionati e centri privati. Al Centro più della metà (58 per cento) sono privati, in altre Regioni la PMA è stata inserita fra i LEA, mentre in altri casi si possono richiedere sostegni economici per le coppie che la richiedono. Le regole diverse cambiano anche per quel che riguarda i limiti d’età: alcune Regioni non li inseriscono, altre sì. Le regole diverse hanno come conseguenza una disomogeneità di cure.

Ultimo dato dell’inchiesta di Cittadinanza riguarda In-dolore, uno studio relativo alla terapia del dolore. Anche in questo caso si registrano disparità di trattamento: al Sud si “soffre” di più. Un dato preoccupante riguarda gli anziani: l’Italia, si sa, è un Paese con un elevato numero di persone anziane, nel 76 per cento dei reparti monitorati non ci sono trattamenti specifici per loro.

Dopo aver presentato tutti questi dati cresce la necessità di ripensare al federalismo sanitario.

Chiara Laganà

Note:

  1. Le Regioni con Piani di rientro sono: Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. I Piani di rientro hanno il fine di verificare la qualità delle prestazione e raggiungere il riequilibro dei conti dei servizi sanitari regionali.

Fonte: Cittadinanzattiva

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