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Gli esami sierologici per il COVID-19 richiedono procedure rigorose

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Gli esami sierologici per il COVID-19 richiedono procedure rigorose

Un gruppo di esperti belgi ha eseguito uno studio per verificare l’efficacia di alcuni dosaggi di anticorpi, i cosiddetti test sierologici, per individuare la presenza dell’infezione da COVID-19. Le loro conclusioni sono state che i risultati di tali esami sono indicativi di un’infezione in atto, solo se vengono eseguiti in momenti precisi rispetto al momento del contagio. Altrimenti informano solo su un precedente contatto.

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Tré-Hardy e colleghi sono partiti dalla considerazione che la reazione a catena della polimerasi in tempo reale (Real-Time Polymerase Chain Reaction: RT-PCR), eseguita sul materiale raccolto con i tamponi naso-faringei individua l’infezione quando è presente, ma non fornisce informazioni su precedenti contatti con il virus. I cosiddetti test sierologici, cioè quelli che cercano nel sangue gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario contro il COVID-19, possono dare informazioni attendibili, sia su un precedente contatto con il virus, sia  su un’infezione in atto. Quest’ultima indicazione si ottiene, però, solo se i test sono eseguiti in un periodo ben preciso rispetto a quando è avvenuto il contagio. I riscontri circa chi ha acquisito o meno difese immunitarie nei confronti del virus sono utili per ricerche epidemiologiche che stabiliscano la frequenza dell’infezione, per valutare il rapporto fra numero di casi positivi e decessi e per ricostruire la diffusione del contagio nella comunità. Tali informazioni, a loro volta, si possono utilizzare anche per definire le strategie di impegno degli operatori sanitari mirate a ridurre l’esposizione al virus e per verificare l’efficacia degli approcci di contenimento dell’epidemia. Ulteriori impieghi degli esami sierologici consistono nell’identificare i soggetti che hanno sviluppato un’immunità particolarmente forte nei confronti del COVID-19, tanto da fornire anticorpi per difendere le persone infettate, o nel valutare l’efficacia di vaccinazioni di massa, quando queste verranno eseguite. A fronte di tutti questi possibili utilizzi, ci sono da definire ancora aspetti che chiariscano come eseguirli, come rendere attendibili i risultati e come interpretarne gli esiti. Per questo gli autori hanno valutato le risposte fornite dagli esami sierologici in quattro diversi momenti, successivi a un’iniziale conferma della presenza dell’infezione con tamponi naso-faringei. Le prove eseguite su 15 soggetti, su un totale di 182, sono state ritenute rappresentative dell’intera casistica. Gli esami sierologici eseguiti al basale e dopo una, due e tre settimane hanno dimostrato che, sia le concentrazioni delle IgA, che quelle delle IgG nel sangue sono aumentate nel tempo e si sono stabilizzate dopo due settimane. Sulla base dei valori di riferimento del loro laboratorio, gli autori hanno stabilito che la sensibilità nell’individuare l’infusione dopo una settimana dal basale era del 100% per le IgA e dell’80% per le IgG. Dopo due settimane era del 100% per ambedue gli anticorpi. Queste osservazioni sono state ritenute importanti per almeno due aspetti, uno metodologico e uno clinico. Innanzitutto l’esecuzione delle prove in una fase precisa dell’infezione dopo il contagio è determinante per la valutazione del livello di risposta immunitaria. Ciò significa che la ricerca delle IgA deve essere fatta almeno una settimana dopo il contagio e quella delle IgG almeno due settimane dopo. Se non si procede in questo modo, ad esempio raccogliendo i campioni di sangue prima di una settimana, si possono avere falsi negativi, vale a dire che il risultato indica che l’infezione non c’è e invece è presente. Inoltre, ogni laboratorio deve definire i propri valori di riferimento perché quelli forniti dalle case produttrici potrebbero non essere applicabili a tutti i laboratori. Questo comporta l’applicazione di protocolli rigorosi e l’esecuzione di molte valutazioni di prova, prima di eseguire esami con scopi diagnostici.

Nelle conclusioni, gli autori hanno segnalato la complessità delle metodologie di esecuzione dei test sierologici per definire la risposta immunitaria nei confronti del COVID-19 e la necessità di porre la massima attenzione nell’interpretare i riscontri che essi forniscono.

Individuare con precisione la diffusione dei nuovi casi e quella delle persone che hanno avuto precedenti contatti con il COVID-19 sono azioni determinanti per gestire al meglio un graduale ripristino di un vita normale dei cittadini, dopo la fase dell’isolamento e per contenere eventuali nuovi focolai. I risultati di questo lavoro dimostrano che gli esiti degli esami sierologici sono attendibili solo se le procedure applicate per ottenerli sono molto rigorose. L’auspicio è che in Italia, oltre a compensare il ritardo accumulato nel rendere disponibili tutti i test che servono, si tenga conto di tutti questi aspetti per garantirne la qualità delle risposte che daranno.

Tommaso Sacco

Fonte: The role of serology for COVID-19 control: Population, kinetics and test performance do matter; The Journal of Infection, May 15 2020