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Epidemia da COVID-19: i perché di un andamento diverso fra Germania e Italia

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Epidemia da COVID-19: i perché di un andamento diverso fra Germania e Italia

L’epidemia da COVID-19 continua a diffondersi e a interessare Paesi di tutti i continenti, quindi è presto per tracciare bilanci. D’altra parte, è utile riflettere su alcune evidenze, traendone indicazioni per una migliore gestione di un problema che, a detta di molti, non si risolverà a breve.

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Nelle settimane trascorse, acquisendo sempre più informazioni e dati sulla diffusione dell’epidemia da COVID-19, si è manifestata, in maniera chiara, alcune differenza, nell’andamento di tale epidemia, fra la Germania e altri Paesi europei, fra i quali l’Italia. Un articolo, comparso di recente sul sito del quotidiano New York Times, ha analizzato alcune delle motivazioni alla base di tali differenze. Una delle evidenze che ha colpito di più è la percentuale di decessi, sul totale dei casi positivi, che in Germania si è assestata intorno all’1.6%, rispetto al 12% dell’Italia, al 10% della Spagna, della Francia e della Gran Bretagna, al 4% della Cina e al 3% degli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, considerata un modello di “appiattimento” della curva dei decessi, ha registrato una percentuale dell’1.8%, superiore, sia pure di poco, a quella della Germania. Da segnalare che la percentuale di decessi dell’1.6% si riferisce non alle fasi iniziali dell’epidemia, ma a quelle più avanzate, con un totale di 100.000 casi confermati, da esami di laboratorio, in tutta la Germania. . Tale numero era più basso di quello di circa 130.000 casi registrati nella stessa settimana, quella dei primi di aprile, in Italia, ma indicativo comunque di un’ampia diffusione dell’infezione. È quindi lecito chiedersi perché in Germania l’infezione da COVID-19 ha provocato una percentuale di decessi 6-7 volte più bassa che in Italia..

I fattori in gioco

Gli esperti intervistati dall’autrice dell’articolo hanno proposto alcuni fattori all’origine di questa positiva anomalia della Germania. Uno di essi ha ricordato che molti dei primi casi positivi erano stati contagiati in località sciistiche dell’Austria e dell’Italia ed erano giovani e sani, quindi meno a rischio di un’evoluzione più grave. Ciò ha fatto sì che, nella primissima fase dell’epidemia, la percentuale dei decessi fosse addirittura dello 0.2%. In seguito il contagio si è esteso a persone più avanti in età e il dato è peggiorato, ma l’età media delle persone contagiate è rimasta molto più bassa: 49 anni in Germania, contro i 62 anni dell’Italia e i 62.5 anni della Francia. Essendo l’età avanzata un fattore predisponente ad un andamento più aggressivo e a un maggiore rischio di decesso, tale dato può contribuire a spiegare l’anomalia tedesca. Un’altra motivazione della minore letalità dell’epidemia fa riferimento all’esecuzione degli esami per l’individuazione delle persone contagiate, in numero superiore a quello della maggior parte degli altri Paesi. Da un lato, più tamponi si fanno, più soggetti positivi si rilevano e più, in proporzione, diminuisce la percentuale di decessi sul totale dei positivi. Dall’altro, eseguire molti tamponi permette di prendere misure più mirate ed efficaci per isolare le persone contagiate e limitare la diffusione dell’epidemia, ma per farlo bisogna attrezzarsi. A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi venisse a conoscenza del pericolo legato al virus, uno dei più importanti ospedali della Germania aveva sviluppato e messo a punto i metodi per individuare il COVID-19. Quando, a febbraio, si è individuato ufficialmente nel Paese il primo caso di infezione, molti laboratori avevano fatto scorte adeguate dei materiali necessari per l’esecuzione dei tamponi. Al momento della pubblicazione dell’articolo, il 5 aprile 2020, venivano eseguiti in Germania 350.000 esami alla settimana per l’individuazione del Coronavirus, molti di più di quelli fatti in qualsiasi altro Paese europeo. L’esecuzione di tanti esami non ha offerto solo vantaggi in termini di prevenzione della diffusione dell’epidemia, ma anche di trattamento precoce delle persone con sintomi, e questo ha ridotto il numero di malati nei quali l’infezione è evoluta verso quadri più gravi. Un altro provvedimento decisivo nel limitare l’epidemia è stata l’esecuzione di verifiche regolari sugli operatori sanitari a rischio elevato di contrarre e di trasmettere l’infezione. L’esecuzione su ampia scala dei test ha permesso anche di individuare soggetti asintomatici, ma contagiosi, anche in ambienti diversi da quello sanitario, e di prendere provvedimenti atti a contrastare la trasmissione del contagio. Nell’articolo si cita il caso di una persona di 22 anni asintomatica, risultata positiva, che lavorava in una scuola. Sulla base del riscontro raccolto, si sono decise l’immediata chiusura della scuola e l’estensione della ricerca del COVID-19 a tutti gli alunni e a tutti i lavoratori della stesso istituto. Questo modello di gestione è stato applicato anche per correggere alcuni errori fatti nella prima fase dell’epidemia quando, ad esempio, i primi contagiati di ritorno dalla già citata località sciistica austriaca, poi risultata uno dei primi focolai dell’infezione in Europa, non erano stati tempestivamente individuati e seguiti nei loro spostamenti. Oltre ai fattori relativi alla ridotta età media dei contagiati, alla diagnosi precoce e al rigore nel circoscrivere i focolai di infezione, ce n’è un altro che ha certamente limitato le percentuali di decesso. A gennaio in Germania c’erano 28.000 letti di terapia intensiva equipaggiati con ventilatori, vale a dire 34 per 100.000 abitanti, quando in Italia ce n’erano 12 su 100.000, quasi tre volte di meno. Da allora, gli ospedali tedeschi hanno aumentato la recettività dei reparti di terapia intensiva fino ad arrivare, nella prima settimana di aprile, a 40.000 posti, tanto da poter accogliere malati di COVID-19 in gravi condizioni dall’Italia, dalla Francia e dalla Spagna.

I dati dell’Eurostat

Una verifica dei dati riportati nell’articolo può essere fatta nel sito della Eurostat, l’Istituzione della Commissione Europea che produce statistiche relative a tutti gli aspetti della vita dei Paesi dell’Unione. Nell’archivio dei dati dell’Eurostat si rileva che i letti “acuti” per 100.000 abitanti, categoria che secondo la classificazione dell’agenzia di statistica comprende anche quelli di terapia intensiva, erano in Italia 308.46 nel 2009 e sono diminuiti a 262.47 nel 2017. In Germania, sempre su 100.000 abitanti, erano 614.56 nel 2009 e sono diventati 601.50 nel 2017. Ciò vuol dire che in Italia erano la metà rispetto alla Germania nel 2009 e si sono ridotti a poco più di un 40% nel 2017, mentre in Germania, fra 2009 e 2017, c’è stata una riduzione marginale di appena il 2%. Perché in Italia questo tipo di assistenza, già carente, in confronto con la Germania, è stata ulteriormente ridotta? La motivazione più verosimile è che i letti “acuti”, come quelli di terapia intensiva, costano molto, sia in termini di attrezzature, che di personale e, in Italia, i tagli alla spesa sanitaria hanno ridotto anche questo tipo di assistenza. Questo nonostante fosse facile prevedere che, a parte l’emergenza creata dall’epidemia da COVID-19, una popolazione sempre più anziana avrebbe avuto sempre più bisogno di letti di terapia intensiva. Anche a proposito di soldi spesi nella Sanità, i dati dell’Eurostat forniscono informazioni interessanti. Nel 2012, primo anno per il quale il dato è disponibile per l’Italia nell’archivio di Eurostat, nel nostro Paese si sono investiti 144.485 milioni di euro nella Sanità, che sono diventati 152.705 milioni nel 2017. In Germania, negli stessi anni, si sono investiti rispettivamente 297.255 milioni e 368.597 milioni di euro. Quindi in Italia, nel 2012, la cifra era circa la metà di quella della Germania ed è aumentata solo di un 6% nel 2017, mentre in Germania, fra 2012 e 2017, è aumentata del 24%. Riferendosi ai dati assoluti della spesa sanitaria, c’è chi potrebbe obiettare che la Germania ha molti più abitanti dell’Italia e anche che è un Paese più “ricco” del nostro, ma i dati dell’Eurostat smontano queste obiezioni. La spesa per abitante nel 2012 era di 2.427 euro in Italia e di 3.696 euro in Germania. Nel 2017 era aumentata solo di un 4% in Italia, arrivando a 2.523 euro, mentre in Germania aveva raggiunto i 4.459 euro corrispondenti a un + 20%. Quanto alla relazione con la ricchezza del Paese, il rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto Interno Lordo, indicatore della produttività e della ricchezza nazionali, era dell’8.96% in Italia nel 2012 e si è ridotto, nel 2017, all’8.84%. In Germania, la percentuale era del 10.78% nel 2012 ed è aumentata all’11.25% nel 2017.

Le parole e i fatti

Da queste cifre risulta evidente che in Italia, con il passare degli anni, si sono tagliati servizi importanti della Sanità, nonostante il costante aumento del carico di tasse per i cittadini. Mentre si succedevano i Governi e i vari Ministri della Salute continuavano a descrivere il Sistema Sanitario Italiano come “il migliore del Mondo”, i tagli delle risorse sguarnivano punti cruciali di tale sistema, riducendo un potenziale di assistenza dei malati più gravi, che già era inferiore a quello di altri Paesi europei. Almeno in parte, la grave emergenza che si è trovata ad affrontare l’Italia è dipesa anche da queste strategie di gestione della Sanità. Le scelte drammatiche che hanno dovuto affrontare, e forse ancora affrontano, gli operatori sanitari per decidere a chi salvare la vita, fra i casi gravi di infezione da COVID-19, sono state una conseguenza di quelle strategie, adottate sia a livello nazionale, che regionale.

Che fare?                  

Gli esperti, e gli stessi politici, avvertono che i problemi sanitari dovuti all’epidemia da COVID-19 non si risolveranno a breve e che se ne potranno ripresentare di simili in futuro. È bene, quindi, capire perché in Italia l’emergenza ha toccato livelli superiori a quelli di altri Paesi, non per assegnare colpe o meriti, ma per individuare soluzioni, anche ispirandosi alle scelte fatte da chi, nel tempo, si è attrezzato meglio e, per questo, ha gestito i problemi in maniera più efficace. È importante anche che tutti i cittadini si interessino di più alle scelte fatte dai politici circa aspetti cruciali della loro vita come il diritto alla salute e verifichino se, dietro i proclami, c’è la sostanza, che è quella che serve.  

Tommaso Sacco

Fonti