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Epidemia da Coronavirus: le informazioni e i dati sui quali ragionare

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Epidemia da Coronavirus: le informazioni e i dati sui quali ragionare

In un precedente aggiornamento si era segnalata la carenza di informazioni scientifiche affidabili e di dati attendibili, che ora ci sono e permettono di farsi un’idea dell’infezione da Coronavirus (COVID-19). È importante che, in questa occasione più che mai, piuttosto che “subire” una comunicazione non sempre proposta da fonti realmente competenti, tutti ragionino su informazioni documentate, perché le misure che sono state attuate per affrontare tale infezione richiederanno, per un certo periodo di tempo, profonde modificazioni delle abitudini. Si accetta di modificare le abitudini solo se si è personalmente convinti della necessità di farlo e, nel caso della infezione da COVID-19, lo si farà comprendendo che è l’unico modo per uscire dall’emergenza.

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Il malato “0”

Lo si è cercato a lungo in Italia per spiegare il gran numero di casi registrati, nelle prime settimane del febbraio 2020, in alcuni centri delle province di Lodi e Padova, ma non lo si è individuato. In una lettera pubblicata il 5 febbraio 2020 sul New England Journal of Medicine (Giornale di Medicina del New England) si è proposto, invece, un caso, identificato a Monaco (Germania), che sarebbe stato il primo in Europa. Il 24 gennaio un giovane tedesco ha presentato mal di gola, brividi e dolori muscolari e, il giorno successivo, febbre a 39.1°C, con tosse e catarro. La sera del 26 stava già meglio ed è tornato al lavoro il 27 gennaio. Tale soggetto, un uomo d’affari di 33 anni, il 20 e il 21 gennaio aveva incontrato, in una località vicino Monaco, una sua collega cinese che, una volta tornata in patria, è risultata positiva per l’infezione da COVID-19 e ha avvertito la sede di Monaco dell’azienda. A seguito di questa segnalazione, il soggetto sopra citato è stato sottoposto alla ricerca del COVID-19, risultando positivo e con un’elevata carica di virus nello sputo, vale a dire  con alto potenziale di trasmissione del contagio, pur essendo del tutto asintomatico dal 27 al 29 gennaio, data dell’ultima verifica. Riguardo a questo caso, le informazioni raccolte sulle condizioni di salute, sugli spostamenti e sui contatti precedenti all’episodio descritto hanno portato a concludere che l’infezione sia stata acquisita dal contatto con la collega cinese. Intanto, il 28 gennaio altri tre colleghi della stessa azienda erano stati sottoposti al tampone, risultando positivi. Di questi, solo 2 avevano avuto contatti diretti con la collega cinese. I tre sono stati tenuti in osservazione e isolamento presso un Centro specialistico, senza manifestare alcun sintomo, e l’azienda in questione è stata chiusa. Quella formulata dai medici tedeschi è comunque un’ipotesi e si ricorda che, nella seconda metà di gennaio, è stato segnalato un focolaio di infezione in un paese delle Alpi francesi. Qui, un uomo d’affari inglese, che era appena tornato da un convegno a Singapore, aveva contagiato persone che occupavano la stessa casa e, in seguito, era risultato positivo per il COVID-19. Allo stesso diffusore sono stati correlati altri focolai in diversi Paesi Europei.

Perché più casi in Italia

Parlando di “casi” è bene chiarire, per non contribuire alla comunicazione confusa che si fa sull’argomento, che il caso di infezione di COVID-19, anche secondo l’OMS, non è solo la persona che ha o ha avuto sintomi, ma è anche un soggetto positivo per la presenza del virus, confermata con il tampone, anche se non ha mai presentato e mai presenterà alcuna manifestazione clinica. Premesso questo, va chiarito che, sia che il primo caso Europeo sia stato in Germania, sia che sia stato in Francia, dal mese di gennaio al 6 marzo 2020, in circa 6 settimane, secondo il sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel primo Paese si sono registrati 534 casi di infezione da COVID-19 e nessun decesso, nel secondo 420 casi e 6 decessi, mentre in Italia i casi sono stati 3858 e i decessi 148. Nel nostro Paese, quindi, il numero dei casi di infezione era, a quella data, sette volte maggiore di quello della Germania. Trovare una spiegazione per questa differenza non è facile al momento. Alcuni hanno sostenuto che in Italia sarebbero stati individuati più casi perché sono stati eseguiti molti più tamponi per il COVID-19. Sicuramente in altri Paesi Europei, fino alle prime settimane di marzo, si erano fatti molti meno test che in Italia, ma certamente sarà stato perché si sono verificati meno casi gravi che spingessero a eseguirli. Inoltre,  leggendo i dati del sito della Protezione Civile dedicato a questa infezione, si rileva che non c’è un rapporto fisso  fra  numero dei tamponi eseguiti e numero di casi positivi Individuati. Ad esempio, di test ne sono stati fatti tanti sia in Lombardia che in Veneto, 18.534 e 15.918, rispettivamente, ma la frequenza di casi è molto diversa: 22.6% in Lombardia (4.189 casi totali) e 4.2% (670 casi totali) in Veneto. E queste sono state le Regioni nelle quali sono stati riportati i primi casi in Italia. In Emilia Romagna, i tamponi fatti sono stati meno di un terzo di quelli del Veneto, 4.344, ma i casi confermati sono stati 1.180 (27.1% di positività), quasi il doppio di quella stessa Regione. Dando quindi credito a questi dati, si può escludere che la frequenza dei casi dipenda dal numero dei tamponi effettuati. Se, nell’ambito di una stessa Regione, si confrontano i numeri di casi di ciascuna Provincia, si osserva che, ad esempio in Emilia-Romagna, si va dai 528 della Provincia di Piacenza, ai 62 di quella di Bologna e dai 113 della Provincia di Rimini ai 13 di quella di Ravenna.  La cifra elevata della Provincia di Piacenza si può spiegare certamente con la contiguità con la provincia di Lodi, dove c’è stato uno dei primi e più importanti focolai della Lombardia, ma è altrettanto vero che la Provincia di Bologna ha più di tre volte gli abitanti di quella di Piacenza, quindi una popolazione potenzialmente contagiabile molto più ampia, ma per fortuna, all’8 marzo 2020, sembra essere stata meno attaccata dal virus. Quanto alle Provincie di Rimini e Ravenna, hanno popolazioni simili, 339.437 e 389.235, ma nella prima c’è una prevalenza di casi di quasi 10 volte maggiore. Venendo alla gravità dell’infezione, nel precedente aggiornamento si citavano i decessi annuali attribuiti alle influenze stagionali degli anni passati, 200-250, per confrontarli con quelli dei soggetti con infezione da COVID-19. Questi all’8 marzo 2020 sembravano essere 366, cifra in attesa di conferma da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Tale dato indica comunque un livello di gravità maggiore, rispetto alle influenze stagionali, e indica che, su 100 soggetti positivi, il decesso si è verificato in meno di sei casi. Inoltre le informazioni comunicate sui malati deceduti, seppure frammentarie, indicherebbero che spesso l’età avanzata e/o la presenza di condizioni di salute già seriamente compromesse prima dell’infezione, sono state importanti concause decesso. Come si spiegano gli aspetti  dell’infezione da COVID-19 finora definiti: la tendenza a diffondersi a macchia di leopardo, la variabile virulenza e la frequenza di decessi non altissima, seppure superiore a quella associata alle influenze stagionali? Per avere qualche elemento in più, utile a capire perché la diffusione del contagio sia stata disomogenea e quale possa essere il rapporto fra gravità e diffusione dell’infezione, si possono richiamare i meccanismi di diffusione e quelli di funzionamento dei virus. Un fattore che alimenta i focolai di contagio è la gravità relativamente bassa della malattia che il virus provoca. Se di tanti soggetti infettati pochi si ammalano o presentano sintomi, il focolaio di diffonde più facilmente, mentre una malattia virale che si manifesti sempre con un quadro clinico gravissimo tende, per vari motivi, ad auto-limitare il contagio. Inoltre, i meccanismi con i quali i virus si riproducono e si difendono dal sistema immunitario prevedono frequenti mutazioni che ne modificano le caratteristiche e, di conseguenza, sia la capacità di contagiare, sia quella di provocare manifestazioni cliniche più o meno gravi. Ciò significa che il COVID-19 “italiano” è più aggressivo di quello inizialmente presente in altri Paesi europei e che, nell’ambito del nostro Paese, in alcune Regioni o Province ci siano focolai alimentati da varianti più aggressive del virus? Le ricerche in corso nei Centri di ricerca che lavorano sul virus forniranno le risposte a questi quesiti.

Cosa fare?

Per la popolazione generale, il consiglio è di aderire alle misure di prevenzione proposte dalle Autorità competenti. Agli utenti del sito affetti da neoplasie, sclerosi multipla o malattie rare o che assumano cure, come quelle immunosoppressive, che possano amplificare i rischi di complicanze da infezione da COVID-19, si segnala che alcune Società Scientifiche, come la Società Italiana di Neurologia, l'Associazione Italiana di Oncologia Medica, l'Associazione Medici Diabetologi e la Società Italiana di Diabetologia hanno formulato indicazioni relative a malattie di loro competenza. In mancanza di tali indicazioni o in aggiunta ad esse si raccomanda di concordare le misure di prevenzione più opportune con gli specialisti di riferimento. Per tutte le persone in età avanzata vanno messe in atto le misure più efficaci per la prevenzione del contagio.

Tommaso Sacco

Fonti