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Disviolenza, una tavola rotonda per parlare di violenza contro le donne disabili

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Disviolenza, una tavola rotonda per parlare di violenza contro le donne disabili

Le telefonate di donne con disabilità al numero verde anti-violenza sono aumentate del 110 per cento nell’ultimo periodo e a questo tema è stata dedicata una serie di incontri e tavole rotonde come Disviolenza. Intervallato da testimonianze di donne disabili vittime di violenza, il dibattito online ha ospitato diversi interventi per analizzare un fenomeno drammaticamente in crescita.

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È un fenomeno che colpisce più del 36 per cento delle donne con disabilità come ha spiegato Anna Gioria, redattrice di Invisibili, il blog dedicato alla disabilità del Corriere della Sera. “È un dato già alto per le donne con disabilità soggette a una doppia discriminazione”.

Per Gioria le cause sono molteplici, “l’accessibilità alla salute ginecologica” e il fatto che spesso “le violenze sono da parte di chi si prende cura di loro, quindi avvengono in contesti familiari o nelle case famiglia”. Dati in aumentano, come dimostra una ricerca della FISH di novembre 2019 con “la percentuale salita al 75 per cento” e ancora in aumento nel periodo di pandemia: “La violenza è aumentata, un dato che non riguarda solo le donne disabili ma tutte le donne perché nel lockdown eravamo tutti costretti a passare più tempo a casa. Da un punto di vista sociale ed economico provoca maggiore fragilità, è un’emergenza nell’emergenza, lotto da anni per combattere questo problema”.

L’intervento di Sara Rubinelli, professoressa di Comunicazione sanitaria dell’Università di Lucerna, ha riguardato le barriere comunicative per esprimere la violenza subita da molte donne disabili. Se è un problema parlarne per tutte le donne, la situazione peggiora nei confronti delle donne con disabilità: “Le difficoltà sono intrinseche al tema stesso, parlare o esprimere di essere state oggetto di violenza. Quando si tratta di violenza mentale e psicologica è molto più complesso, entriamo nel campo di disabilità, hanno problemi cognitivi che rendono ancora più problematica la creazione dell’immagine di essere vittima di violenza. Un secondo motivo è legato alla difficoltà di verbalizzare un ambito così soggetto all’emotività, e un terzo sta nella componente emotiva che prevale sull’interlocutore”.

Uno dei punti cruciali sui quali si deve lavorare per la professoressa Rubinelli è l’empowerment, bisogna dare le chiavi per far capire quello che hanno subito alle donne con disabilità vittime di violenza: “Le teorie vanno aggiornate, bisogna ripensare alla violenza nelle barriere che la persona con disabilità può avere. L’empowerment non è solo rappresentato da una linea telefonica, ma dagli strumenti per spiegare che non è colpa vostra, o è qualcosa di normale, ma è un problema di violenza”.

Fiorenza Sarzanini, una delle firme più autorevoli di cronaca nera del giornalismo italiano e caporedattore del Corriere della Sera, ha analizzato gli aspetti che legano la violenza e la giustizia: “Nel lockdown c’è stata una diminuzione di denunce, ma un aumento dei casi. Nel lockdown chi subisce la violenza non può trovare l’assistenza adeguata ed è come se vivesse sempre in uno stato di lockdown. Noi giornalisti dobbiamo far emergere le pecche del sistema: una rete di assistenza e di ascolto per le donne con disabilità deve essere ancora di più garantita rispetto alle altre donne”.

Per la giornalista serve il riconoscimento giuridico in un reato ad hoc: “Era opportuno che creassimo un movimento di opinione per parlare del reato specifico di chi subisce violenza ed è disabile. Sono lesioni gravissime e c’è sempre la difficoltà della vittima di raccontare quale tipo di lesione ha ricevuto. Un reato aiuterebbe a rendere il processo più fluido e alla vittima a non sentirsi due volte sotto accusa. La vittima con disabilità deve poter contare su una tipologia chiara. Deve essere un impegno di giornalisti e di tutti: modificare la legge e ai quattro nuovi reati nuovi introdotti con la legge del codice rosso (revenge porn, costrizione o induzione al matrimonio e deformazione dell’aspetto attraverso lesioni al volto, ndr) aggiungere una specifica per la violenza subita da persone con disabilità”.

Silvia Cutrera ha parlato dell’importanza di rendere visibili le donne con disabilità, una delle battaglie che la vede impegnata in prima linea in quanto vicepresidente di FISH Onlus e una delle promotrici del gruppo donne della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap. Per Cutrera, rendere visibili le donne con disabilità non è una questione che va affrontata solo in seno alle associazioni di competenza ma riguarda tutti, per questo chiede l’aiuto dei media per “parlare di questa doppia disabilità”: “Esistono barriere pratiche, oggettive e culturali che impediscono l’accesso ai processi della salute femminile. Avere una diagnosi è legato al non vedere le donne disabili come oggetto sessuale”.

Difficoltà che le donne disabili riscontrano - secondo Curtrera - anche nei centri antiviolenza: “I servizi socio-sanitari devono essere accessibili, l’educazione sessuale deve essere operativa sin dalle elementari e si deve rivolgere alle bambine con disabilità; non si approfondisce il tema del fatto che le bambine con disabilità sono un oggetto sessuale. L’abilismo, poi, è un modello femminile che non corrisponde alle difficoltà di una ragazza con disabilità. Va modificato il modo intorno alla disabilità: siamo uguali e abbiamo le stesse autorità, è la società che ci rende disabili”.

Alice Sodi del Movimento per la Biodiversità neurologica ha analizzato le dinamiche socioculturali dietro gli episodi di violenza contro le donne disabili: “Ognuna delle parti della comunità autistica italiana è vittima di violenza, queste storie sono legate al contesto culturale. La società si auto assolve perché le persone disabili sono oggettivizzate di più. Come hanno anche spiegato le influencer Witty Wheels, il paradigma medico della disabilità è conseguente delle sue caratteristiche e dipende strettamente da lei. Esiste anche un altro modo di pensare disabilità, il modello sociale, dato dall’assenza di gambe. Si parla di disabilitizzazione e non disabilità. È una persona completa e non guasta, la società non deve sforzarsi di rispondere, la società deve dare risposta e dignità delle sue esigenze e non il contrario. Bisogna superare il paradigma medico che vede le persone disabili educate al silenzio e al senso di colpa, rendersi amabili per la società senza invece far avanzare i propri diritti”.

Valentina Fiordelmondo ha portato alla tavola rotonda Disviolenza l’esperienza dello sportello antiviolenza ChiamaChiama. Per Fiordimondo occorre aggiornare i centri violenze alle esigenze delle donne disabili e ampliare una collaborazione con più esperti per analizzare al meglio il fenomeno e fornire l’aiuto migliore alle donne con disabilità vittime di violenza: “Le cause del perché le donne disabili subiscano violenze sono molteplici e abbiamo riscontrato che nessuno dei centri violenza del bolognese era in grado di comprendere il fenomeno per assenza di barriere e di strumenti adeguati. Le donne del nostro sportello possono contare sulla collaborazione con altre figure e questo garantisce che ci siano diverse expertise e punti di vista legati ai diversi bisogni della comunicazione di sé rispetto alle loro disabilità”.

L’esperienza di Katiuscia Zoff ha sottolineano, invece, come le strutture sanitarie non siano spesso in grado di accogliere persone con disabilità psichiche. Bisogna fare in modo che “il diritto alla salute non sia un trauma”. L’intervento di Salvatore Toti Licata riguarda invece l’ambito giuridico e criminologico: “Ci son tutele giuridiche introdotte, ma ci sono aspetti giuridici di sopraffazione nei confronti dei soggetti disabili che non sono per nulla protetti dal punto di vista giuridico. L’abile è la ‘bestia’ che compie soprusi nei confronti del disabile che ha occultata la possibilità di vivere una vita normale subendo i soprusi del cosiddetto soggetto abile”.

Conclude la tavola rotonda Stefano Pierpaoli di +Cultura Accessibile che ha parlato di violenza subita dalle donne con disabilità inserendola all’interno di un’analisi sulla società di oggi dettata da edonismo, like sui social network e in cui siamo tutti vittima di “bombardamento mediatico quotidiano” che alimentano un meccanismo narcisista che si alimenta con alcuni messaggi veicolati dal web e che hanno come espressioni estrema “femminicidio e violenza fisica”.

Chiara Laganà