Fondazione Cesare Serono
FONDAZIONE CESARE SERONO

L'informazione è salute

Disabilità e sport: quali vantaggi?

Speciale |time pubblicato il
Disabilità e sport: quali vantaggi?

Abbiamo chiesto a tre associazioni di pazienti, ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), Azione Parkinson e AIPD (Associazione Italiana Persone Down), che hanno collaborato con la Fondazione Cesare Serono sul progetto Centralità della Persona, quanto è importante lo sport per le persone con disabilità. La risposta è stata quasi banale: se l’attività fisica è fondamentale per tutti gli esseri umani, lo è ovviamente anche per i disabili che però devono essere messi in condizione di poterla praticare.

Potrebbe interessarti anche…

La Dott.ssa Daniela Mariani Cerati, medico e coordinatrice del comitato scientifico ANGSA, ha sottolineato che “l’attività fisica regolare fa bene a tutti e quindi anche ai disabili che devono curare la propria salute al pari degli altri. Oltre a questo, per le persone con autismo, l’attività motoria rappresenta un punto di forza che può essere coltivato, sviluppato e utilizzato per migliorare la qualità della vita e la socializzazione. Non è realistico pensare che un bambino con autismo diventi un buon salottiero, perché la comunicazione, anche se coltivata e sviluppata al massimo delle sue possibilità, rimarrà sempre un punto debole. Al contrario il bambino può imparare a nuotare, andare in bicicletta, pattinare, cavalcare, giocare a tennis e a pallacanestro e queste abilità che, una volta acquisite, lo accompagneranno per tutta la vita, gli consentiranno di praticarle  in compagnia e saranno un ponte tra lui e gli altri. La pratica regolare e competente di un’attività fisica aumenta l’autostima e  il benessere, diminuisce il cronico stato di agitazione, favorisce l’apprendimento  e contrasta l’insonnia, presente in molte persone con autismo, e fastidiosa per la persona stessa e per la sua famiglia, che viene tenuta sveglia quando la persona con autismo ne soffre”.

“Per le persone con sindrome di Down, come per tutti, un’attività fisica regolare contribuisce ad uno sviluppo equilibrato ed aiuta a prevenire il sovrappeso (problema molto frequente in queste persone) e a migliorare in scioltezza, coordinamento ed equilibrio”, ci ha detto Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’AIPD.

Il Dott. Passalacqua, Presidente di Azione Parkinson, ha aggiunto che per i malati di Parkinson “l’attività fisica è fondamentale perché riduce la possibilità dei blocchi”. I blocchi, dove improvvisamente i pazienti diventano incapaci di staccare i piedi dal pavimento e di compiere un passo anche se sono perfettamente lucidi, possono durare solo pochi istanti oppure protrarsi anche per 30 secondi, e può verificarsi diverse volte al giorno. Questi sono uno dei sintomi più invalidanti, proprio perché improvvisi e non controllabili e spesso fonte di situazioni imbarazzanti. La ricerca della Fondazione ha sottolineato che la maggioranza dei malati di Parkinson ne è afflitto almeno una volta la settimana, ma va segnalato che è soprattutto negli stadi più gravi che i blocchi sono presenti con maggior frequenza. Si può ben capire allora l’importanza della fisioterapia e l’attività fisica. “Ovviamente”, ha aggiunto il Dott. Passalacqua, “diminuendo i blocchi si va in un senso molto più positivo, e c’è un notevole miglioramento dell’umore”.

La Dott.ssa Sara Ambrosetto, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, volontaria di ANGSA, ha anche parlato degli effetti psicologici e sul tono dell’umore che l’attività fisica ha sui pazienti. “Praticare un’attività sportiva regolarmente determina notevoli vantaggi per la persona con disabilità. Negli sport di squadra sono rilevanti la socializzazione, la collaborazione e l’integrazione, tutti elementi che hanno risvolti significativi nella vita relazionale della persona. Socializzazione intesa non solo come la capacità di interagire con gli altri ma come sforzo comune per raggiungere un risultato; collaborazione come scelta di un comportamento adattivo a ciò che il gruppo fa; integrazione intesa come sentimento di appartenenza del singolo ad un tutto. Negli sport individuali si configura l’aspetto competitivo tra il se e l’ambiente circostante. Portare a termine una prestazione, qualsiasi essa sia, aumenterà la propria autostima e ciò di riflesso darà maggior sicurezza anche nell’agire quotidiano. In entrambi i casi emerge anche un coinvolgimento emotivo che può andare dalla frustrazione per una sconfitta alla gioia per una vittoria. Questo migliorerà la capacità di percepire e regolare le proprie emozioni, aiutando la persona ad adeguare il proprio comportamento alle diverse situazioni della vita di tutti i giorni. Infine praticare un’attività motoria prolungata determina il rilascio nel sangue di sostanze (endorfine) che hanno come effetto l’innalzamento del tono dell’umore”.

Anna Contardi ha aggiunto: “Stare bene aiuta a sentirsi bene. Inoltre la pratica dello sport è spesso occasione per lavorare sull’autonomia, il rispetto delle regole e l’interazione con gli altri. Da questo punto di vista il gioco di squadra ha una valenza particolare”.

La Dott.ssa Cerati, riferendosi  ai disabili intellettivi, ha puntualizzato che per fare in modo che “i “nostri ragazzi” possano praticare attività sportive in luoghi comuni e non segregati,  da un lato gli educatori devono motivare i ragazzi  e insegnare le abilità di tempo libero, ma  la società deve accogliere e accettare performance e comportamenti non perfetti. Ad esempio le piscine non devono avere solo vasche per campioni, ma anche vasche in cui si faccia training al nuoto in modo individualizzato, libero, al di fuori dei corsi di nuoto”.

In conclusione, secondo la Dott.ssa Cerati, “la scelta delle attività di tempo libero deve rispettare i criteri seguenti: deve essere adattata all’età anagrafica della persona, deve rispettare i suoi interessi e le sue competenze (ma spesso  occorre una spintarella da parte degli educatori, per sopperire alla mancanza di motivazione), deve essere utilizzabile nel quotidiano ambiente di vita, deve essere praticabile insieme a  coetanei non disabili, ed infine deve essere accessibile”.

Simon Basten