Fondazione Cesare Serono
FONDAZIONE CESARE SERONO

L'informazione è salute

COVID-19: le prime analisi della casistica

Notizia |time pubblicato il
COVID-19: le prime analisi della casistica

Le informazioni e i dati che si vanno raccogliendo, sulle caratteristiche dei casi di infezione da COVID-19 e sui fattori associati al decorso più grave della malattia, anche se relativi a sottogruppi della casistica generale, permettono di farsi una prima idea sullo scenario attuale. Individuare i profili delle persone a maggiore rischio non significa certo limitare a esse l’isolamento e tutte le altre precauzioni raccomandate dalle Autorità. Significa, semmai, porre ancora più attenzione alla tutela della salute di chi rischia di più.

Potrebbe interessarti anche…

I numeri e le caratteristiche dei malati

Si ribadisce una premessa fatta in precedenti aggiornamenti: per caso di COVID-19 si intende qualsiasi persona che risulti positiva per la ricerca del virus e non solo quelle che presentano sintomi più o meno gravi. Questo è importante per interpretare i dati contenuti nelle ultime comunicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità. 

I casi positivi: nel Bollettino pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) il 13 marzo, e aggiornato alle ore 16:00 del 12 marzo 2020, sono riportati 13.882 casi positivi per COVID-19 e 803 decessi. Le rispettive cifre del 9 marzo 2020 erano 5540 e 446. La differenza fra i dati conferma un andamento in crescita, sia dei casi, che dei decessi. D’altra parte, lo stesso ISS ha precisato che, dal 9 marzo in poi, sono cambiate le strategie di esecuzione dei test e questo può avere influenzato i risultati più recenti.

Sintomatici e asintomatici: le informazioni sulla presenza dei sintomi, al momento della stesura del Bollettino, erano disponibili solo per 4535 casi sui 13.882 totali. In questo sottogruppo, le percentuali di casi con e senza sintomi erano:

  • senza sintomi 9%
  • sintomi di gravità non definita 16%
  • pochi sintomi 6%
  • sintomi lievi 43%
  • sintomi gravi che hanno richiesto il ricovero 21%
  • sintomi che hanno richiesto il ricovero in terapia intensiva 5%.

Come si vede, in questo sottogruppo la massima frequenza riguarda i casi con sintomi lievi e la seconda è quella dei casi che hanno richiesto un ricovero. Analizzando i ricoveri in base alle fasce di età, si è rilevato che quelli fra 0 e 18 anni sono lo 0% dei ricoverati, quelli fra 19 e 50 anni l’11,9%, quelli fra 51 e 70 anni il 51,2% e quelli di più di 70 anni il 36,9%. Anche riguardo a questa caratteristica della casistica, si fa riferimento al sottogruppo di 4.535 casi.

Dal sintomi alla diagnosi: per i casi che hanno sviluppato sintomi e dei quali era nota la data di comparsa degli stessi, si è calcolato che dal 20 al 27 febbraio, il tempo mediano che è passato fra la prima manifestazione dei sintomi e la diagnosi è stato di tre giorni, mentre è stato di cinque giorni nel periodo fra il 28 febbraio e il 12 marzo.

I fattori di rischio

Un altro documento, pubblicato dall’Istituto Superiore della Sanità il 12 marzo 2020 si riferisce a un sottogruppo di soli 1016 casi. Fatta salva la ridotta dimensione della casistica considerata, esso è interessante perché contiene dettagli in più sulle caratteristiche dei soggetti che hanno avuto un decorso peggiore dell’infezione da COVID-19.

Età e sesso: già i primi dati disponibili associavano un maggiore rischio di decesso all’età più avanzata. In questo Rapporto si conferma tale andamento, perché la mediana dell’età delle persone decedute è di 80 anni,  quella dei soggetti con diagnosi è di 64 anni e i grafici mostrano un marcato incremento degli esiti infausti, passando dalla fascia di età di 60-69 anni (80 decessi) a quella di 70-79 anni (362 decessi) e di 80-89 anni (445 decessi). In tutte le fasce di età, i decessi sono molto più frequenti nei maschi, rispetto alle femmine, tranne che in quella delle persone di 90 anni e più, nella quale sono simili per entrambi i sessi.

Sintomi precedenti al ricovero: i malati deceduti, prima del ricovero avevano presentato i seguenti sintomi:

Malattie preesistenti: le informazioni relative alle malattia già presenti, nelle persone che hanno contratto l’infezione da COVID-19 e poi sono decedute, sono state comunicate per 268 dei 1016 soggetti ai quali si riferisce il Rapporto dell’ISS. Tutti avevano almeno una malattia preesistente, il 47% ne aveva tre o più, il 25.7% ne aveva due e il 26.1% ne aveva una. La tabella di seguito riporta le frequenze delle patologie registrate.

Malattia preesistente N° di persone affette che sono decedute Percentuale
Ipertensione arteriosa 205 76.5%
Cardiopatia ischemica (angina, infarto, ecc.) 100 37.3%
Diabete di tipo 2 100 37.3%
Fibrillazione atriale 71 26.5%
Cancro attivo nei 5 anni precedenti 52   19.4%
Insufficienza renale cronica 47 17.5%
Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) 26   9.7%
Ictus 22 8.2%
Demenza 12 4.5%
Epatopatia cronica 7 2.6%

Premesso che i valori della colonna delle percentuali non hanno per somma 100 perché, come sopra riportato, la maggior parte delle persone aveva più di una malattia preesistente, un dato che può sorprendere è quello sull’ipertensione. Infatti, l’infezione da COVID-19 provoca i danni maggiori all’apparato respiratorio, quindi ci si aspetterebbe che le malattie preesistenti che possano aumentare il rischio di decorso peggiore e di decesso siano quelle polmonari. La percentuale di persone decedute che avevano Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva, patologia cronica dei polmoni, è molto più bassa (9.7%) di quella di chi aveva l’ipertensione arteriosa (76.5%). Su dati così limitati è impossibile trarre conclusioni in merito a tale evidenza e una possibile spiegazione di questi rilievi è che, nella popolazione generale, e ancora di più in quella di età più avanzata, l’ipertensione è molto più diffusa della BPCO.

Come il COVID-19 entra nelle cellule dell’organismo

Un altro documento pubblicato dall’Istituto Superiore della Sanità fornisce dettagli su uno dei meccanismi mediante i quali il COVID-19 entra nelle cellule dell’organismo. In studi di laboratorio, resi peraltro molto complessi dalle specifiche caratteristiche del virus, si è rilevato che una proteina presente sulla sua superficie del COVID-1 si lega a una proteina, localizzata sulla membrana delle cellule umane, denominata ACE2. ACE2 sta per angiotensin-converting enzyme 2, in italiano: enzima 2 che converte l’angiotensina. Tale enzima contribuisce al funzionamento del sistema denominato renina-angiotensina, che è fondamentale per la modulazione della pressione arteriosa. Una lettera pubblicata sulla rivista Lancet l’11 marzo 2020 ha proposto una teoria per spiegare la relazione fra i meccanismi che regolano la pressione arteriosa e l’infezione da COVID-19. Vi si riporta, infatti, che anche altri tipi di Coronavirus, che provocano gravi malattie respiratorie, entrano nelle cellule che infettano legandosi all’ACE2 e che, tale proteina è presente, nell’uomo, sulla membrana di cellule dei polmoni, dell’intestino, dei reni e dei vasi sanguigni. L’espressione, e quindi la produzione, dell’ACE2 è aumentata in chi ha il diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2,  ed è in cura con farmaci denominati ACE-inibitori. Anche la somministrazione di questi farmaci per trattare l’ipertensione arteriosa e l’assunzione di prodotti denominati tiazolidinedioni, usati nel diabete di tipi 2, e dell’ibuprofene, uno degli antiifiammatori più diffusi, aumentano l’espressione dell’ACE2. Sulla base di queste premesse, gli autori della lettera ipotizzano che i fattori che aumentano l’espressione dell’ACE2 possano facilitare lo sviluppo dell’infezione da COVID-19. D’altra parte nella pubblicazione, oltre a sottolineare che, allo stato attuale delle conoscenze, quella proposta è solo di una teoria, si aggiunge che, se confermata, essa contraddirebbe altre evidenze che hanno attribuito all’ACE2 effetti anti-infiammatori e un potenziale impiego terapeutico in infiammazioni polmonari, tumori, diabete e nella stessa ipertensione.

Cosa fare?

Dalle informazioni contenute nei documenti citati si possono trarre indicazioni pratiche per affrontare l’epidemia da COVID-19? Come anticipato, l’analisi delle caratteristiche dei casi con decorso peggiore si riferisce a un sottogruppo molto piccolo di malati, 268 su quasi 14.000, quindi i suoi dati hanno un valore limitato. Certamente non cambiano nulla circa il rispetto delle norme stabilite dalle Autorità, riguardo all’isolamento a casa di tutte le persone che non hanno un motivo imprescindibile per uscire. Tali norme  vanno applicate con la massima attenzione da tutti. Quello che si può aggiungere, sulla base delle informazioni contenute nei documenti citati, è che i maschi meno giovani devono porre una cura ancora maggiore nel prevenire il contagio e lo stesso vale per chi è affetto da una o più delle malattie elencate nella tabella sopra riportata. Infine, si segnala che la Società Italiana di Neurologia il 16 marzo ha aggiornato le sue raccomandazioni per la gestione dei malati di sclerosi multipla, alle quali si rimandano gli utenti del sito affetti da questa malattia.

Tommaso Sacco

Fonti