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COVID-19: aggiornamenti dalla letteratura scientifica e dai siti

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COVID-19: aggiornamenti dalla letteratura scientifica e dai siti

L’andamento dell’epidemia da COVID-19 sta avendo un’evoluzione rapida che, per il momento, non risponde come sperato alle norme sull’isolamento decise dalle Autorità. I risultati non adeguati possono dipendere da diversi fattori, fra i quali c’è anche l’aderenza incompleta alle norme stesse. In uno scenario come quello attuale, nel quale tutta la comunicazione enfatizza la drammaticità della situazione creatasi in alcune aree del Paese, può sembrare strano che ci siano tante persone che non adeguano i loro comportamenti alle necessità. Sarebbe importante trovare gli argomenti per sviluppare la giusta consapevolezza e una solida motivazione anche in coloro che finora non hanno aderito in pieno alle norme sull’isolamento. Si propongono inoltre dati che la distribuzione dei casi COVID-19 fra Provincie delle Regioni finora più interessate dall’infezione.

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La motivazione a rispettare le limitazioni

Cambiare le abitudini di vita è molto difficile, qualunque medico, che abbia cercato di ottenere modificazioni delle abitudini in persone che ne avrebbero tratto grandi benefici per la loro salute, sa che le percentuali di successo in questo campo sono molto basse, quindi le prescrizioni di cambiamenti di abitudini sono recepite da tutti allo steso modo. La letteratura scientifica ha documentato che malati sopravvissuti a malattie potenzialmente fatali, come infarto del miocardio o tumore del polmone, ricominciano a fumare, nonostante abbiano vissuto sulla propria pelle i danni che questa abitudine può arrecare alla salute. Ciò dimostra che anche la paura della malattia o della morte non è sempre decisiva per convincere le persone a modificare un’abitudine consolidata. In Italia, in queste settimane, si è stabilito che tutti debbano stare in casa, salvo irrinunciabili motivi di lavoro o brevi uscite per procurarsi generi di prima necessità. Tanti hanno aderito a queste indicazioni, comprendendo quanto grave sia l’emergenza e che questo è l’unico strumento disponibile, a oggi, per contrastare l’epidemia da COVID-19. Troppi, però, hanno trovato pretesti e scappatoie per eludere le limitazioni, nonostante la comunicazione martellante, che riferisce di terapie intensive piene e di una frequenza giornaliera di decessi mai raggiunta, nel nostro Paese, per nessun’altra malattia, negli ultimi decenni. Per tutti coloro che non si riescono a convincere con la paura, sarebbe importante modulare la comunicazione in modo da amplificare la motivazione. Infatti, lo strumento più efficace per ottenere una piena adesione a radicali modifiche delle abitudini è la motivazione individuale. Fornire maggiori dettagli su come l’epidemia si sta diffondendo, spiegare quali fattori possono condizionare la sua diffusione e chiarire, ad esempio, che vivere in un’area meno interessata dall’epidemia non autorizza a rispettare meno le norme, potrebbe avere effetti positivi sulla motivazione di chi fino a oggi non si è adeguato alle regole sull’isolamento. Gli aggiornamenti proposti dal sito della Fondazione Cesare Serono si propongono proprio questo obiettivo: non diffondere il panico, ma fornire dati e informazioni documentati, che aiutino ad alimentare la motivazione di chi è chiamato a cambiare la propria vita, per contrastare la diffusione dell’epidemia.        

Comprendere i dati: dal numero dei casi alle prevalenze

Da quando i mezzi di informazione hanno cominciato a diffondere i dati relativi all’epidemia, si è fatto riferimento quasi sempre al numero dei casi, nazionali, per Regione o per Provincia. Intere pagine dei quotidiani riportano grafici che illustrano l’aumento, giorno dopo giorno, del numero dei soggetti positivi per infezione da COVID-19. Queste informazioni sono utili, ma potrebbero essere completati affiancando, al numero, anche la frequenza dei casi rispetto alla popolazione. Questo parametro, definito in epidemiologia “prevalenza”, si usa comunemente per capire la diffusione di una malattia. Facendo riferimento ai dati pubblicati dal Ministero della Salute sul numero dei casi registrati per Provincia e agli abitanti per Provincia reperibili in rete, si può calcolare la prevalenza espressa come numero di casi per 10.000 abitanti. Nella tabella che segue sono riportate le prevalenze stimate al 18 e al 21 marzo per alcune Provincie di Lombardia, Emilia-Romagna e Marche, tre Regioni nelle quali, finora, ci sono stati diversi livelli di diffusione dell’epidemia. Si ricorda che il numero dei casi indica le persone risultate positive per la ricerca del COVID-19 e non solo di quelli con sintomi e che tale dato potrebbe risentire di specifiche strategie nell’esecuzione dei tamponi. A oggi non risulta che tali test siano stati eseguiti in nessuna area a tappeto, ma quasi sempre in soggetti che presentavano sintomi tali da suscitare il sospetto diagnostico o nei quali si poteva sospettare il contagio.

Prevalenza: numero di casi su 10.000 abitanti
Provincia 18 marzo 2020 21 marzo 2020
Milano 8,2 14,3
Lodi 63,0 73,8
Bergamo 38,9 53,0
Brescia 29,9 39,8
Piacenza 46,7 59,0
Modena 8,2 12,9
Bologna 3,9 6,1
Forlì-Cesena 4,3 6,8
Rimini 18,3 24,6
Pesaro-Urbino 25,3 32,9
Ancona 8,5 11,8

Scorrendo i dati, emerge che, nell’abito di una stessa Regione, i valori di prevalenza variano di molto. In Lombardia, si va dai 60-70 casi/10.000 della Provincia di Lodi agli 8-14/10.000 della città metropolitana di Milano, dato quest’ultimo che quasi raddoppiato fra il 18 e il 21 marzo. Inoltre, si rileva come nelle Provincie di Bergamo e di Brescia si registrino prevalenze circa tre volte superiori a quella di Milano. Passando all’Emilia-Romagna, a parte la Provincia di Piacenza, che ha valori simili a quelli delle Provincie lombarde più interessate dall’epidemia, si può rilevare come le Provincie di Rimini e di Modena abbiano valori di prevalenza rispettivamente tre o quattro volte superiori a quelli di Bologna. Infine, nelle Marche, la Provincia di Pesaro-Urbino ha prevalenze tre volte maggiori di quelle della Provincia di Ancona. Come si spiegano queste differenze? Considerando che i tamponi per lo più sono eseguiti ovunque nelle persone che presentano sintomi importanti e che lo sviluppo dei sintomi più gravi sia più frequente in età avanzata, si potrebbe ipotizzare che la prevalenza sia da mettere in relazione con una popolazione più anziana presente in alcune aree.  L, però,età media e la percentuale di soggetti anziani delle Provincie riportate nella tabella non mostrano differenze così ampie da spiegare una diversa diffusione dell’epidemia. Sarebbe importante che gli epidemiologi fornissero le corrette interpretazioni di questo scenario, per mettere in atto strategie ancora più efficaci nel contrastare la diffusione dell’epidemia. Allo stato attuale delle conoscenze, non cambia nulla circa la necessità di rispettare rigorosamente le limitazioni decise dalle Autorità. Infatti, per chi vive in un’area a prevalenza più elevata di infezione, il rischio al quale ci si espone non rispettando le norme sull’isolamento è senz’altro altissimo. D’altra parte, chi vive in zone dove, ad oggi, la prevalenza dell’epidemia è meno elevata dovrebbe fare il possibile per prevenire un peggioramento, che potrebbe essere difficile da affrontare. Infatti, elevata prevalenza di casi vuol dire maggiore frequenza di casi gravi e tanti casi gravi significa necessità di un elevato numero di posti di terapia intensiva, che non dappertutto sono disponibili.                   

La ricerca delle cure

Come dichiarato da Maria Rita Gismondo nell’intervista rilasciata al sito della Fondazine Cesare Serono, ci vorrà almeno un anno, prima che sia disponibile un vaccino da somministrare su larga scala. Nel frattempo, si valuta l’efficacia di vari farmaci nel migliorare l’andamento dell’infezione. È in corso lo studio sul tocilizumab, prodotto indicato nell’artrite reumatoide, che viene valutato nei casi gravi di infezione da COVID-19 con risultati sono incoraggianti. In tutto il mondo i ricercatori stanno studiando l’effetto, in questi malati, di molecole finora usate in altre malattie e le aziende farmaceutiche sostengono questo impegno. Ad esempio, la Bayer ha donato milioni di compresse di clorochina e la Merck Serono ha fornito gratuitamente dosi di interferone beta-1a a un gruppo di ricercatori dell’INSERM (Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, in italiano Istituto Nazionale di Sanità e Ricerca Medica) Francese, per valutarne l’efficacia nei soggetti con infezione da COVID-19.

Tommaso Sacco

Fonti