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Le basi scientifiche delle misure da prendere quando finirà l’isolamento

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Le basi scientifiche delle misure da prendere quando finirà l’isolamento

I dati relativi alla diffusione dell’epidemia da COVID-19 in Italia stanno migliorando. Il 20 aprile 2020 si sono registrati 20 nuovi casi positivi, rispetto al giorno precedente, e queste cifre riportano ai primi giorni del monitoraggio dell’epidemia. Diminuiscono anche i ricoveri in terapia intensiva e i decessi. Sulla base di questa evoluzione, si stanno programmando misure meno restrittive, rispetto all’attuale isolamento. Quando si passerà al nuovo  scenario, verranno fornite indicazioni circa l’impiego di dispositivi per la protezione personale, come le mascherine, in relazione alle attività da svolgere. Fin dall’inizio dell’epidemia i mezzi di comunicazione hanno parlato delle mascherine elencando tipi e caratteristiche. Come per altre informazioni, però, la comunicazione è stata contraddittoria quindi, per la stesura di questo aggiornamento, si è fatto riferimenti a dati ed evidenze pubblicate su una delle riviste mediche più prestigiose del Mondo, il New England Journal fo Medicine.  

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Sopravvivenza del virus nell’aria e sui materiali

In una lettera pubblicata il 16 aprile 2020 sul New England Journal of Medicine, a firma di esperti di diverse Università degli Stati Uniti, sono stati riportati i risultati di esperimenti eseguiti per valutare la diffusione del COVID-19 attraverso le droplets, vale a dire le ormai ben note goccioline di saliva che parlando, tossendo e starnutendo, si diffondono nell’ambiente. Per avere un ulteriore elemento di riscontro, oltre che riguardo al COVID-19, le stesse analisi sono state fatte con il virus denominato SARS-CoV-1 che fu all’origine di un’altra epidemia alcuni anni fa. Le metodologie applicate sono state estremamente complesse e raffinate. I ricercatori hanno verificato, non solo la diffusione dei virus con le goccioline simulando, con un aerosol, quella che avviene parlando, ma hanno analizzato anche la permanenza delle stesse su materiali come plastica, acciaio, rame e cartone. Per dare un’idea dell’attenzione posta nelle valutazioni, si segnala che ciascuna di esse è stata ripetuta tre volte e il valore finale è la media dei tre risultati. Un primo dato raccolto ha indicato che il COVID-19 è rimasto vitale nell’aerosol, cioè nelle goccioline, per tutta la durata degli esperimenti, vale a dire per tre ore, mostrando però una riduzione della concentrazione simile a quella registrata per il SARS-CoV-1. Inoltre, il COVID-19 è rimasto più stabile sulla plastica e sull’acciaio, rispetto a quanto non abbia fatto sul rame e sul cartone. Su tutte queste superfici si è osservata una riduzione di concentrazione dei virus ancora più marcata, rispetto a quella registrata nell’aerosol. In particolare sul rame, dopo quattro ore, non c’erano più virus vitali. Per quanto riguarda la permanenza del virus nell’aerosol utilizzato per simulare la diffusione delle goccioline da parte dell’uomo, si è osservato un progressivo calo della concentrazione che comunque, per il COVID-19, era ancora significativa dopo tre ore dall’inizio dell’esperimento. Per l’altro virus l’andamento è stato simile ma i valori di concentrazione, iniziale e finale, sono stati più bassi.     

Nelle conclusioni gli autori hanno segnalato che, nelle condizioni sperimentali impiegate nello studio, la stabilità del COVID-19 e del SARS-CoV-1 si sono dimostrate simili. A loro parere, quindi, le differenze nell’andamento delle epidemie provocate dai due microrganismi sono da attribuire ad altri fattori, come la quantità di virus presente nelle vie respiratorie superiori, che a sua volta condiziona quella diffusa con le goccioline, e l’elevata percentuale di persone contagiate, ma asintomatiche, che ha facilitato la diffusione dell’infezione. D’altra parte, le informazioni raccolte sulla presenza del virus nell’aerosol e sui materiali possono servire da riferimento per le misure da prendere per limitare la trasmissione del contagio.

Droplets (goccioline) studiate con il laser

Un altro studio pubblicato sulla stessa rivista ha valutato la diffusione delle ormai note droplets, cioè delle goccioline che si liberano dalla bocca quando si parla, si tossisce o si starnutisce, utilizzando un laser proiettato in una scatola scura. Con tale metodologia si è osservato che, parlando senza una mascherina, si liberano goccioline di dimensioni variabili da 20 a 500 micron. In un video accessibile al seguente link si notano dei punti verdi luminosi, più o meno grandi e intensi e numerosi, in base alla dimensione delle goccioline. Ripetendo le stesse parole con un panno leggermente inumidito posto davanti alla bocca, con la stessa tecnica si rileva una netta riduzione del numero delle goccioline. La differenza fra coprire e non coprire la bocca nel video risulta ben evidente e, in questo caso, non si tratta di un aerosol generato il laboratorio, come per la ricerca citata in precedenza, ma sono proprio le goccioline emesse da una persona che parla.

Impiego delle mascherine in ospedale ai tempi del COVID-19

Alla luce delle informazioni riportate nelle due pubblicazioni appena citate, è interessante rileggere un contributo, pubblicato sulla stessa rivista il 1 aprile 2020, nel quale si trattava l’argomento dell’impiego delle mascherine all’interno degli ospedali e nel mondo esterno. Da notare che, dopo che alcune Regioni italiane hanno reso obbligatorio, di recente, l’impiego di tali dispositivi da parte di tutti i cittadini, alcune affermazioni contenute nell’articolo possono sembrare superate, ma è vero anche che, su questo argomento, persino istituzioni autorevoli come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno rivisto più volte la loro posizione. A proposito di un uso generalizzato delle mascherine, si riportava che offriva pochi vantaggi in termini di protezione dall’infezione. Si faceva riferimento alle indicazioni di alcune Autorità Sanitarie che avevano stabilito che una esposizione significativa al COVID-19 si verificava solo se il contatto era “faccia a faccia”, entro il metro e ottanta di distanza con una persona con infezione sintomatica da COVID-19. Per quanto riguarda la durata del contatto a rischio, alcune fonti hanno indicato pochi minuti e altre 10 o 30 minuti. Riferendosi a queste conoscenze, il rischio di trasmettere l’infezione in uno spazio pubblico, secondo gli autori, sarebbe stato minimo. Nell’articolo del New England Journal of Medicine, si aggiungeva che, in certi contesti, il desiderio di estendere al massimo l’impiego delle mascherine rifletteva più che altro l’ansia creata dalla pandemia, ma si aggiungeva che, da un punto di vista psicologico, vedere tante persone che le indossano serve a ricordare che c’è un virus da affrontare e che questo richiede, oltre all’uso del dispositivo, anche il distanziamento fra le persone e altre precauzioni come il frequente lavaggio delle mani. Considerando tutti questi aspetti, le motivazioni a favore dell’impiego generalizzato di tali dispositivi prevalgono sui dubbi. Passando a parlare dell’uso dei dispositivi di protezione personale all’interno delle strutture ospedaliere, si affermava che, per chi assiste persone con infezione da COVID-19, l’uso della mascherina, insieme al camice, ai guanti e a una protezione degli occhi, è indispensabile. Gli autori si chiedevano se le stesse misure andassero prese in assenza di un contatto diretto con persone già contagiate. Le riflessioni proposte erano due. La prima era che, se l’operatore sanitario ha a che fare con un potenziale portatore dell’infezione da COVID-19, la mascherina da sola dà una ”illusione” di protezione, ma, in realtà, non la garantisce. Inoltre, in una situazione come quella appena descritta, può succedere che l’operatore sanitario diventi un portatore asintomatico del virus o lo sia per il periodo dell’incubazione, prima della manifestazione dei sintomi. In ambedue i casi, oltre ai rischi personali relativi all’infezione egli diventa veicolo involontario della diffusione dell’epidemia, quindi l’uso di tutti i dispositivi di protezione è indicato per qualunque operatore sia esposto, anche solo potenzialmente, al contatto con una persona portatrice del virus.

Cosa fare?

Quali indicazioni forniscono gli articoli appena citati per i comportamenti quotidiani che si adotteranno nelle prossime settimane? Se parlando o tossendo si diffondono goccioline contenenti il virus, direttamente su altre persone o su superfici, dispositivi come le mascherine, che riducono la liberazione delle goccioline stesse, dovrebbero aiutare a contrastare l’epidemia e a impedirne la ripresa nel prossimo futuro. Che le mascherine e altri dispositivi di protezione siano indispensabili per gli operatori che possono venire in contatto con i soggetti contagiati dal COVID-19 è chiaro ed evidente e la conferma, in Italia, è venuta dal numero elevatissimo di medici e infermieri morti per la mancata o ritardata applicazione di misure di protezione individuale adeguata. Il fatto che il COVID-19 si depositi su diversi materiali rimanendo vitale per alcune ore, conferma la necessità di usare guanti e lavarsi frequentemente le mani. Ad oggi non ci sono certezze, né riguardo ai tempi previsti per il passaggio a misure di isolamento meno restrittive in Italia, né circa le modalità con le quali la generalità dei cittadini affronterà quotidianamente ambienti esterni alla propria casa. L’auspicio è che tali indicazioni siano formulate con il dovuto anticipo, in modo che tutti si possano attrezzare e abituare per tempo, e sulla base di dati scientifici attendibili.          

Tommaso Sacco       

Fonti