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Autismo: l’importanza dello sport

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Autismo: l’importanza dello sport

In occasione della giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, a Roma è stato organizzato un convegno dal titolo Lautismo non è solo isolamento, un’intera giornata dedicata a questa malattia, ideata dalla Federazione Fantasia e dall’Ospedale pediatrico Bambin Gesù.

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All’interno del convegno si è anche parlato dell’importanza che ha lo sport nella vita dei bambini e delle persone autistiche. Secondo il relatore dell’intervento, Sport e Autismo, il dottor Luigi Mazzone, l’attività sportiva ha un ruolo molto importante nella cura dell’autismo anche se non è una terapia ad litteram. Nella giornata si è parlato di alcune realtà che già da qualche anno permettono alle persone affette da autismo di praticare sport: il Progetto Filippide, il progetto AITA, il Circolo Canottieri Tevere Remo Special Team e il Circolo Tennis Parioli.

Il Progetto Filippide permette di praticare nuoto e corsa a persone autistiche, con sindrome di Asperger e pazienti con altre malattie rare di tutte le età, dai 2 ai 50 anni, e nasce con l’obiettivo di “aiutare i suoi atleti a valorizzare le loro potenzialità” e “guidarli verso un'integrazione ottimale nella società in cui vivono, attraverso la corsa”. Nicola Pintus, il Presidente del Progetto Filippide (progetto nato nel 1983), da professore di Educazione Fisica ed ex atleta, ha sottolineato che il suo obiettivo è quello di individuare per ogni singolo atleta lo sport in cui può esprimersi al meglio, in cui può essere più competitivo.

Dal 2001, a Catania, il progetto AITA realizza iniziative a sostegno dei bambini affetti da diverse patologie neuropsichiatriche. Fra le attività di AITA, i summer camp: campus estivi in cui i bambini con disabilità psichiatriche giocano insieme a bambini con sviluppo tipico, guidati da uno staff composto da esperti. I campus sono presenti in sei città diverse: a Catania dal 2004, a Roma dal 2012, a Milano dal 2013 e da quest’estate a Napoli, Bari e Siracusa. Secondo la dottoressa Laura Fatta di AITA, “lo sport è un forte motivatore nel mondo della disabilità”. Nei campus estivi dell’AITA, bambini “normodotati” e disabili giocano insieme e l’unica divisione applicata è quella delle fasce di età.

A Roma, inoltre, esistono altre due realtà sportive che si occupano di organizzare attività per persone affette da autismo o altri disturbi psichici. Il Circolo Canottieri Tevere Remo ha uno “special team” per atleti con disabilità intellettiva dal 2005. Gli obiettivi che si è prefissata la squadra speciale dell’associazione romana sono: inclusione sociale, maggiore autostima, autonomia, coinvolgimento, miglioramento psico-motorio e delle capacità di autocontrollo. Uno dei momenti più importanti per il Circolo, come sottolineato, durante il convegno, dal coordinatore, Paolo Romani, le trasferte, diventano uno straordinario momento di crescita per gli atleti e per gli addetti ai lavori.

Anche il Circolo Tennis Parioli organizza campus estivi indirizzati a bambini con disabilità mentali. A detta del proprio presidente, Maurizio Romeo, quella di offrire attività sportive per bambini autistici è un’occasione importantissima per i circoli sportivi storici perché “mettendoci in discussione riusciremo ad aiutare gli altri”. Nei campus estivi del Parioli imparano a giocare a tennis bambini autistici e normodotati, perché l’inclusione sociale è la svolta anche per quel che riguarda lo sport.

L’ex pallavolista Anna Maria Marasi ha accolto le diverse proposte delle associazioni e si è fatta portatrice del comitato olimpico italiano sottolineando che quanto prima verrà organizzato un tavolo pilota per fare il punto sullo sport per autistici in Italia. La Marasi ha preso l’impegno nella doppia veste di sportiva e madre.

Fra i moderatori anche Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un bambino autistico, Tommy. Il giornalista ha sottolineato l’importanza delle terapie scientifiche per la cura dell’autismo e del ruolo che lo sport ha nella vita di un bambino autistico: i genitori non devono vederlo come “perdita” di tempo ma riconoscere il valore che lo sport può avere nel processo di guarigione.

Chiara Laganà