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L'inserimento lavorativo

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L'inserimento lavorativo

Come accennato sopra, il quadro disegnato dalle normative vigenti e in particolare dalla Legge 68/99, predispone per le aziende pubbliche e private un sistema di quote, per cui queste sono obbligate ad assumere, a seconda del numero dei lavoratori impiegati, un certo numero di persone con disabilità .

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La quota è del 7% per le aziende che superino i 50 dipendenti, per quelle di dimensioni più ridotte si tratta di 2 lavoratori fra i 36 ed i 50 dipendenti e di 1 tra 15 e 35 (per quelle sotto i 15 dipendenti l'obbligo è limitato alle nuove assunzioni).

La Legge prevede inoltre una serie di incentivi e sgravi contributivi per le aziende che assumono lavoratori disabili, e soprattutto una serie di politiche mirate all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità .

Va sottolineato il fatto che gli anni immediatamente successivi alla promulgazione della Legge 68 sono stati anche gli anni in cui i servizi per l'impiego, che dovrebbero giocare un ruolo decisivo nel promuovere l'occupazione delle persone con disabilità  soprattutto grazie al "collocamento mirato", sono stati riorganizzati; ma più in generale le caratteristiche del mercato del lavoro italiano, la cui difficoltà  ormai cronica ad includere nuovi lavoratori è evidenziata dai dati relativi alla disoccupazione giovanile, rappresentano evidentemente un ostacolo oggettivo verso l'inclusione lavorativa delle persone con disabilità .

Il confronto con gli altri Paesi Europei oggetto di approfondimento mette a questo proposito in luce una problematica carenza di interventi reali, che nel caso italiano si inscrivono in un quadro caratterizzato da un lato da una storica insufficienza delle politiche attive per il lavoro, e dall'altro da una difficoltà  (ormai di lungo periodo) del mercato del lavoro di includere nuove unità , siano esse rappresentate da giovani al termine del loro percorso formativo o da adulti inattivi. Evidentemente in un contesto generale così caratterizzato, e nel quale gli strumenti istituzionali di inserimento professionale mostrano grandi carenze, la strada per l'occupazione delle persone con disabilità  appare in Italia particolarmente difficile.

A fronte del dettato della Legge 68/99, delle quote e degli obblighi previsti per le aziende, in una impostazione comune alla maggioranza degli altri Paesi indagati, i dati strutturali disponibili e relativi al 2004-2005 evidenziano nitidamente il fortissimo svantaggio che le persone con disabilità  sperimentano sul mercato del lavoro.

Dalla comparazione internazionale spicca come l'Italia sia ancora molto indietro su questo fronte, e se è vero che le differenti definizioni di disabilità  rendono spurio il confronto, va anche osservato come anche rispetto alla Francia (per la quale esiste il dato riferito alla quota di popolazione, pari al 4,6% e dunque simile a quella italiana, che ha un riconoscimento amministrativo della propria condizione di disabilità ) il dato italiano risulti particolarmente basso, e complessivamente compreso tra il 17% ed il 18,4%.

Il sistema di quote, che pure rimane diffuso, non sembra dunque garantire necessariamente il successo delle politiche nell'inserimento lavorativo delle persone con disabilità , e d'altra parte il tasso di occupazione più alto si riscontra nel Regno Unito (il dato è riferito alla Gran Bretagna), dove la politica delle quote è stata abbandonata da tempo, in favore di un approccio fondato sulla tutela legale del diritto di tutti gli individui a godere di pari opportunità  in tutti gli ambiti della vita, dunque anche nell'accesso al lavoro.

Al sistema delle quote si affiancano tradizionalmente, in genere per quelle aziende che sono impossibilitate per una serie di ragioni ad adempiere agli obblighi di assunzione, forme di promozione del lavoro protetto, per cui (con varie formule stabilite dalle leggi di ciascun Paese) l'azienda diventa di fatto committente per un soggetto esterno che impiega persone con disabilità .

Si tratta di una modalità  attraverso la quale le persone con disabilità  riescono a collocarsi sul mercato del lavoro, per quanto si tratti di un mercato "protetto" e dunque separato, che risulta particolarmente rilevante in alcuni Paesi e per alcune forme specifiche di disabilità ; in Spagna e in Germania esiste in particolare una tradizione molto forte in questo senso, e in ambedue i casi si tratta di una soluzione particolarmente frequente per le persone con disabilità  mentale, anche in Francia si tratta di una modalità  frequente di inserimento nel mercato del lavoro, per quanto esistano una serie di incentivi mirati alla ricollocazione dei lavoratori nel mercato di primo livello.

In Italia, secondo il rapporto Istat sulla cooperazione sociale del 2005 tra le persone svantaggiate favorite dalle Cooperative Sociali di tipo B e ad oggetto misto (uno dei soggetti con i quali i datori di lavoro possono stipulare una convenzione in ottemperanza alla Legge 68), quelle con disabilità  fisica, psichica e sensoriale erano complessivamente 16.045, su un totale di 34.483 soggetti svantaggiati (pari al 46,5% del totale, costituendo la fattispecie più numerosa).

D'altro canto, gli dati stessi prodotti da Fondazione Cesare Serono e Censis nell'ambito delle rilevazioni dedicate alle persone con Sindrome di Down, delle persone con autismo e delle persone con Sclerosi Multipla, evidenziano le enormi difficoltà  che queste persone incontrano, sia a trovare un lavoro una volta completato il percorso formativo (è il caso delle persone Down e degli autistici), che a mantenere il loro lavoro a fronte di una malattia cronica che causa una progressiva disabilità  (ed è il caso delle persone con SM) (tab. 3 e 4).

inserimento lavorativo disabilità 2

inserimento lavorativo disabilità 3

Si tratta per altro di dati, ed è un discorso che vale per le condizioni cliniche legate alla disabilità  nell'età  evolutiva (Down e autismo), raccolti presso famiglie che sono attive e partecipi nelle rispettive associazioni, per cui è presumibile che queste persone, una volta adulte, usufruiscano di un maggior numero di opportunità  per l'inclusione professionale, eppure è meno di una persona Down su 3 a lavorare dopo i 24 anni, ed il dato scende al 10,0% tra gli autistici adulti con più di 20 anni.

Parallelamente colpiscono i tassi di occupazione (e soprattutto di disoccupazione) delle persone con SM, meno della metà  delle persone con SM tra i 45 e i 54 anni è occupata (49,5%), a fronte del 12,9% di disoccupati e del 23,5% di pensionati, a testimonianza di quanto il mercato del lavoro italiano sia fortemente deficitario nella capacità  non solo di includere i soggetti deboli che ne sono esclusi, ma anche di tutelare i lavoratori che si trovano ad affrontare una malattia cronica degenerativa come la SM.

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