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La storia del disulfiram ricorda come a volte una molecola possa arrivare all'impiego clinico per vie impreviste e casuali. Una molecola denominata tetraetiltiuram disulfato (il nome chimico del disulfiram) fu sviluppata nel 1881 per essere utilizzata nella vulcanizzazione della gomma (Banys 2008). Nei decenni successivi emersero alcune segnalazioni secondo le quali, chi per lavoro era costantemente a contatto con quella molecola, aveva reazioni molto fastidiose se beveva bevande alcoliche. In un articolo pubblicato nel 1910 (Williams 1937) si descrivevano dettagliatamente i sintomi rilevati in questi soggetti: battiti cardiaci accelerati, gonfiore al viso, brusco calo della pressione e arrossamento del volto e si segnalava che essi erano diventati astinenti dall'alcool. Dovette passare altro tempo perché si comprendesse il meccanismo di questa iper-reattività  all'alcool provocata dal disulfiram: la presenza di questa molecola nell'organismo provoca nei bevitori un accumulo di grandi quantità  di acetaldeide, il principale prodotto del metabolismo dell'alcool. Gli alti livelli sanguigni di acetaldeide sono all'origine dei segni e dei sintomi che si manifestano (Hald 1948a, Martensen-Larsen 1948, Hald 1948b). Precisato il meccanismo d'azione del disulfiram, la molecola divenne un farmaco per la disassuefazione dall'alcool e come tale è arrivato ai giorni nostri.

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Da quanto detto in precedenza, è facile comprendere il meccanismo d'azione del disulfiram: blocca l'enzima acetaldeide deidrogenasi, che trasforma l'acetaldeide in acido acetico. Questo fa sì che, nel soggetto in trattamento col farmaco, assumendo bevande alcoliche, la concentrazione di acetaldeide nel sangue sia da 5 a 10 volte superiore a quella che si rileverebbe in assenza di disulfiram. Livelli elevati di acetaldeide nel sangue hanno effetti tossici che si manifestano con i segni e sintomi sopra descritti (Krampe 2010). Il timore di sviluppare sintomi sgradevoli rappresenta un deterrente ad assumere alcool: questo tipo di effetto di un farmaco si definisce "antabuse". Proprio in conseguenza del tipo di effetto che ha il disulfiram, la più frequente causa di abbandono della terapia è il desiderio di bere bevande alcoliche, vale a dire che l'etilista in cura col disulfiram che sviluppa un intenso desiderio di bere alcolici, sospende l'assunzione del farmaco (Krampe 2010). Per questo il successo del trattamento con questo farmaco dipende molto dall'approccio psicologico e sociale al quale esso è associato. Tali protocolli terapeutici integrati sono complessi e richiedono, da una parte il coinvolgimento di diverse figure professionali con elevate competenze specifiche e dall'altra un'importante motivazione da parte del soggetto da trattare. Un esempio di integrazione del disulfiram in un approccio multidisciplinare è quello del progetto OLITA (Ehrenreich 1997, Krampe 2004, Krampe 2006, Krampe 2007, Krampe 2008, Ehrenreich 1997), messo a punto da alcuni autori, che lo hanno poi sperimentato in uno studio pilota. In seguito, uno studio a lungo termine ha valutato l'efficacia dello stesso protocollo OLITA, comprendente il disulfiram, nel mantenimento a lungo termine dell'astinenza, in soggetti che avevano già  ottenuto la disassuefazione dall'alcool (Krampe 2006). Utilizzato nell'ambito di tali approcci il farmaco risulta efficace ma il problema è che non sempre e dovunque tali protocolli possono essere applicati.

Alcuni effetti collaterali del disulfiram e le interazioni con altri farmaci sono riconducibili agli effetti epatici del farmaco. Le interazioni farmacologiche riguardano molecole metabolizzate dai citocromi (strutture delle quali sono dotate le cellule dedicate ad attività  metaboliche) del fegato. Gli effetti collaterali sono dose-dipendenti e vanno dall'arrossamento della cute alla nausea a disfunzioni sessuali e alterazioni dei parametri di laboratorio indicativi della funzionalità  del fegato. Proprio alla ricerca di un equilibrio fra efficacia e tollerabilità , le dosi di disulfiram impiegate negli studi hanno spaziato da 125 a 500 mg al giorno.