Vitamina D e malattie cardiovascolari: una relazione fra dose ed effetto?

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Vitamina D e malattie cardiovascolari: una relazione fra dose ed effetto?

Uno studio internazionale ha valutato la relazione fra le concentrazioni nel sangue di vitamina D e il rischio di sviluppo di malattia coronarica e di ictus e quello di decesso da qualsiasi causa. I risultati hanno suggerito una possibile relazione fra ridotte concentrazioni nel sangue della vitamina e mortalità.

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Gli studi randomizzati con i quali si è valutato l’effetto della somministrazione di integratori nutrizionali sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari e sul rischio di decesso da qualsiasi causa non hanno fornito evidenze che confermassero l’efficacia di questo approccio. D’altra parte, il fatto che l’integrazione con la vitamina D non sia risultata efficace non vuol dire che le persone che hanno bassi livelli di vitamina D non possano avere un rischio cardiovascolare maggiore di chi non ha carenze della vitamina. Per questo, Burgess e colleghi hanno eseguito uno studio mirato a rilevare un’eventuale relazione fra concentrazioni nel sangue della vitamina da una parte e, dall’altra, il rischio di comparsa di malattia coronarica e ictus e quello di decesso da qualsiasi causa. L’analisi è stata eseguita sui dati di 33 ricerche prospettiche che hanno arruolato 500.962 persone che non avevano una storia di malattia coronarica o ictus all’inizio dello studio. Un metodo sperimentale denominato “randomizzazione Mendeliana” è stato applicato a 4 ricerche di popolazione: UK Biobank, EPIC-CVD e 2 studi di popolazione eseguiti a Copenhagen in Danimarca. Essi hanno incluso 386.406 soggetti di mezz’età di origini europee, dei quali 33.546 hanno sviluppato una malattia coronarica, 18.166 hanno presentato un ictus e 27.885 sono deceduti. Le variabili principali considerate sono state lo sviluppo di una malattia coronarica, definita come malattia ischemica cardiaca fatale (codice 120-125 della Classificazione Internazionale delle Malattie, 10° revisione), di un infarto del miocardio non fatale (codici 121-123 della stessa classificazione) o di un ictus, definito come una qualsiasi malattia ai vasi sanguigni del cervello (codici 160-169), oppure il rischio di decesso da qualsiasi causa. Le analisi osservazionali hanno suggerito una relazione inversa tra frequenza di comparsa di malattia coronarica, ictus e mortalità da qualsiasi causa da una parte e, dall’altra, livelli di concentrazione della vitamina D e basse concentrazioni della stessa. Nelle ricerche che hanno previsto analisi genetiche, non si è osservata alcuna associazione tra caratteristiche genetiche correlate alla carenza della vitamina D e malattia coronarica, ictus o mortalità da qualsiasi causa nel totale della popolazione studiata. Considerando invece solo i soggetti che avevano un livello di concentrazione di vitamina D inferiore a 25 nmol/L, le stesse valutazioni genetiche hanno fornito invece la forte evidenza statistica di una relazione inversa tra la concentrazione della vitamina e il rischio di decesso da qualsiasi causa (rapporto di probabilità per ogni aumento di 10 nmol/L delle concentrazioni previste geneticamente 0.69; intervallo di confidenza al 95% 0.59-0.80; p<0.0001) e una relazione inversa non statisticamente significativa per ictus (rapporto di probabilità 0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.70-1.02; p=0.09) e malattia coronarica (rapporto di probabilità 0.89; intervallo di confidenza al 95% 0.76-1.04; p=0.14). Un ulteriore approfondimento dell’analisi ha individuato associazioni inverse fra livelli nel sangue di vitamina D prevedibili su base genetica e rischio di decesso da qualsiasi causa, fino a una soglia di concentrazione di 40 nmol/L, oltre la quale esse non si sono osservate.                    

Quali implicazioni pratiche possono avere i risultati di questo studio? Nell’insieme essi suggeriscono che l’integrazione nutrizionale con vitamina D può ridurre il rischio di decesso, ma solo nelle persone con basse concentrazioni della vitamina.

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