Effetti dello stato nutrizionale sul rischio di decesso da scompenso cardiaco

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Effetti dello stato nutrizionale sul rischio di decesso da scompenso cardiaco

Un gruppo di esperti francesi ha pubblicato i risultati di uno studio eseguito per valutare l’impatto dello stato di nutrizione sulla mortalità da scompenso cardiaco. I risultati hanno dimostrato che la malnutrizione aumenta il rischio di decesso.

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Lo scompenso cardiaco cronico è una delle cause di decesso più frequenti nei Paesi industrializzati, nonostante i progressi fatti nella messa punto dei protocolli di cura. Molti sono i fattori che influenzano il rischio di decesso delle persone con scompenso cardiaco cronico e, tra gli altri, c’è anche lo stato di nutrizione. È noto che la malnutrizione aumenta la mortalità, mentre alcuni riscontri hanno suggerito che l’obesità può avere un effetto protettivo. L’apparente contraddittorietà tra gli effetti negativi generali che può avere l’eccesso di peso su una malattia come lo scompenso cardiaco e il minor rischio di decesso che vi si associa hanno fatto definire “paradosso dell’obesità” tale evidenza. D’altra parte l’impatto dell’obesità e della malnutrizione sul rischio di decesso non è stato valutato in precedenza per le persone con scompenso cardiaco cronico. Per chiarire questi aspetti, Carime e colleghi hanno eseguito uno studio che ha valutato l’effetto dello stato nutrizionale sul rischio complessivo di decesso in persone con scompenso cardiaco cronico. Si è trattato di una ricerca retrospettiva, che ha coinvolto numerosi Centri. I dati analizzati erano contenuti in un archivio nazionale dal quale sono stati estratti i casi di scompenso cardiaco cronico relativi a soggetti di età maggiore o uguale a 18 anni, ricoverati in Ospedali pubblici e privati, tra il 2012 e il 2016. È stata eseguita un’analisi della sopravvivenza su un periodo di osservazione variabile tra uno e quattro anni. I risultati hanno indicato che la malnutrizione si è associata a una riduzione significativa della sopravvivenza delle persone con scompenso cardiaco cronico, rispetto a quelle con uno stato nutrizionale normale, con gli obesi e con gli obesi-malnutriti. Tale riduzione è risultata evidente sia dopo quattro anni (rischio relativo corretto =1.04; intervallo di confidenza al 95% 1.004-1.08), sia dopo un solo anno (rischio relativo corretto =1.16; intervallo di confidenza al 95% 1.14-1.18). Al contrario, i soggetti obesi hanno avuto un aumento significativo della sopravvivenza, in confronto con quelli che avevano uno stato nutrizionale normale, con i malnutriti e con gli obesi-malnutriti. Anche questo riscontro è stato confermato a un anno (rischio relativo corretto =0.75; intervallo di confidenza al 95% 0.73-0.78) e a quattro anni (rischio relativo corretto =0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.81-0.90). La frequenza di decesso è stata simile nelle persone che avevano sia malnutrizione che obesità e in quelle con stato nutrizionale normale. L’ipotesi alla base dell’effetto protettivo dell’eccesso di peso sarebbe quella di un vantaggio offerto dall’aumento della massa grassa. Nelle conclusioni gli autori hanno evidenziato che i risultati del loro studio hanno confermato, nei malati con scompenso cardiaco cronico, un effetto protettivo dell’obesità rispetto al rischio di decesso. È emerso anche che la mortalità è stata simile nei malnutriti obesi e in coloro che avevano uno stato nutrizionale normale. Infine, hanno raccomandato che ulteriori ricerche esplorino tale relazione e valutino i meccanismi che ne sono alla base.

Gli esiti di questa ricerca vanno interpretati nel modo giusto. L’evidenza più importante alla quale fare riferimento è che le persone con scompenso cardiaco cronico devono evitare la malnutrizione, che aumenta sicuramene il rischio di decesso. Uno stato di nutrizione normale è l’obiettivo da perseguire. L’eccesso di peso in questa e in altre ricerche si è associato a un miglioramento della sopravvivenza, ma costituisce un fattore di rischio per molte malattie alle quali si associa lo scompenso cardiaco: dall’ipertensione al diabete, alla malattia coronarica, quindi è meglio evitarlo.                

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