Lo stato di salute come variabile per valutare la qualità dell’assistenza dello scompenso cardiaco

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Lo stato di salute come variabile per valutare la qualità dell’assistenza dello scompenso cardiaco

Uno studio eseguito negli Stati Uniti ha ripreso quanto indicato dalle maggiori Società Scientifiche Cardiologiche di quel Paese circa le variabili da considerare nel seguire nel tempo i soggetti con scompenso cardiaco. L’impatto dell’assistenza sullo stato di salute è  importante in quanto esprime la percezione che ha il malato dei risultati delle cure.

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Lo stato di salute è sempre più raccomandato come variabile per misurare la qualità dell’assistenza sanitaria delle persone con malattie croniche, in quanto riflette il punto di vista e le priorità dei malati. Un gruppo di lavoro congiunto del Collegio Americano di Cardiologia (American College of Cardiology) e dell’Associazione Americana del Cuore (American Heart Association) ha proposto di valutare, negli studi eseguiti nello scompenso cardiaco, la percentuale di soggetti con stato di salute preservato come indicazione della qualità dell’assistenza. Non l’ha potuto raccomandare per misurare l’efficacia dell’assistenza in quanto non erano disponibili metodi di aggiustamento del rischio. Tran e colleghi hanno quindi eseguito uno studio mirato a generare modelli di aggiustamento statistico applicabili alle persone con scompenso cardiaco vive e con stato di salute preservato e per il solo stato di salute preservato. Tali modelli, che tengono conto dei fattori che influenzano le variabili, sono stati creati sulla base dei dati di un Registro di soggetti ambulatoriali con scompenso cardiaco e ridotta frazione di eiezione seguiti in 146 Centri statunitensi tra il dicembre 2015 e l’ottobre 2017. Una condizione di stato di salute preservato è stata associata alla mancata riduzione di cinque o più punti del punteggio, a un anno, del riassunto complessivo del questionario della cardiomiopatia di Kansas City (Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire Overall Summary). Usando solo caratteristiche riguardanti il livello dei malati, sono stati sviluppati specifici modelli statistici per i risultati a un anno e sono stati validati usando dati da 1 a 2 anni. Dei 3932 casi considerati, relativi a persone di età media 68 anni (59-75 anni), per il 29.7% di sesso femminile e per il 75.4% bianchi, 2703 (il 68.7%) erano di soggetti vivi con stato di salute preservato, 902 (22.9%) di persone vive, ma che non avevano lo stato di salute preservato e 327 (8.3%) di soggetti deceduti entro un anno. Il modello finale di aggiustamento del rischio per i soggetti vivi con stato di salute preservato ha incluso informazioni relative a: punteggio iniziale del riassunto complessivo del questionario della cardiomiopatia di Kansas City, età, razza, attività lavorativa, reddito annuo, Indice di Massa Corporea, presenza di depressione o di fibrillazione atriale, funzione renale, numero di ricoveri nell’anno precedente e durata dello scompenso cardiaco (statistica C corretta per ottimismo = 0.62 con calibrazione eccellente). Si sono ottenuti risultati simili anche ignorando i decessi. Il rischio standardizzato della proporzione di malati vivi con stato di salute preservato nei 146 Centri è variato dal 62% al decimo percentile fino al 75% al novantesimo percentile. La variabilità correlata ai Centri è stata modesta ed è cambiata pochissimo con l’aggiustamento del rischio.

Gli autori hanno concluso che, usando dati estratti da un Registro osservazionale con un’ampia casistica di malati ambulatoriali, sono stati identificati fattori chiave per aggiustare le statistiche relative ai casi con preservazione dello stato di salute e che i dati da loro raccolti potranno costituire la base per definire misure della qualità dell’assistenza valutata nell’ottica delle persone con scompenso cardiaco.              

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