Nuove evidenze su caffè e rischio cardiovascolare

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Nuove evidenze su caffè e rischio cardiovascolare

Tre studi presentati al Congresso del Collegio Americano di Cardiologia (American College of Cardiology: ACC) del 2022 hanno valutato l’effetto del consumo abituale di caffè sul rischio cardiovascolare. I risultati, in generale, hanno indicato che l’assunzione regolare di caffè può avere effetti positivi sulla salute cardiovascolare.

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Alle persone con ipertensione e a quelle con aritmie viene consigliato di ridurre o di abolire del tutto il consumo di caffè, quindi i risultati dei tre studi presentati al Congresso dell’ACC del 2022 potrebbero modificare le abitudini di molte persone. Tutte e tre le ricerche si sono state basate sulla casistica raccolta da un grande archivio denominato UK Biobank (biobanca della Gran Bretagna). Una di esse, eseguita da esperti australiani, ha valutato la relazione tra assunzione di caffè da una parte e frequenza di comparsa di malattie cardiovascolari e rischio di decesso dall’altra. La quantità di caffè consumata è stata determinata sulla base di questionari compilati da soggetti registrati nella UK Biobank ed è stata classificata in sei livelli: 0 tazze di caffè al giorno oppure 1, 2 o 3, 4 o 5 o più di 5 tazze al giorno. Le malattie cardiovascolari considerate sono state: malattia coronarica, scompenso cardiaco o ictus. Sono stati analizzati i dati di 382.535 persone di età media 57 ± 13 anni, 52% delle quali di sesso femminile. A un consumo di 2-3 tazze al giorno si è associato il rischio più basso in assoluto di malattie cardiovascolari (rapporto di rischio 0.91; intervallo di confidenza al 95% 0.88-0.94), di malattia coronarica (rapporto di rischio 0.90; intervallo di confidenza al 95% 0.87-0.93), di scompenso cardiaco (rapporto di rischio 0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.81-0.90) e di rischio di decesso da qualsiasi causa (rapporto di rischio 0.86; intervallo di confidenza al 95% 0.83-0.90). Per quanto riguarda invece il rischio di ictus, esso è stato più basso per la fascia di soggetti con consumo inferiore a 1 tazza al giorno (rapporto di rischio 0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.75-0.96). Tra il consumo più alto di caffè e la frequenza di aritmia si è osservata una relazione con curva a U, con il rischio più basso che corrispondeva a 2-3 tazze al giorno (rapporto di rischio 0.92; intervallo di confidenza al 95% 0.88-0.95). Il rischio di decesso da malattie cardiovascolari è stato più basso per la fascia di consumo di 1 caffè al giorno (rapporto di rischio 0.83; intervallo di confidenza al 95% 0.75-0.93). Tutte le relazioni elencate sono state statisticamente significative: p<0.01.

Un’altra ricerca presentata al Congresso ha fatto sempre riferimento all’archivio UK Biobank, del quale sono stati analizzati 502.543 soggetti seguiti per più di 10 anni. I criteri di definizione del consumo di caffè e le patologie cardiovascolari valutate sono stati gli stessi dello studio precedente. Nella casistica analizzata le malattie cardiovascolari sono state diagnosticate in 34.279 persone, tra le quali ci sono stati 6.721 (19.6%) decessi. L’assunzione di caffè si è rivelata sicura a tutti i livelli, con un miglioramento della sopravvivenza associato alla fascia di consumo di 2-3 tazze al giorno (rapporto di rischio 0.92; intervallo di confidenza al 95% 0.86-0.99; p=0.03). Per i soggetti con malattie cardiovascolari a nessun livello di assunzione di caffè si è associato un rischio di aritmie, inclusi fibrillazione e flutter atriali. Nei 24.111 casi con diagnosi di aritmia, l’assunzione di caffè si è associata a una riduzione del rischio di decesso, con il livello di rischio più basso correlato al consumo di 1 tazza al giorno (rapporto di rischio 0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.78-0.94; p<0.01). Infine, le persone con fibrillazione o con flutter atriale che bevevano 1 tazza al giorno hanno avuto un miglioramento della sopravvivenza (rapporto di rischio 0.82; intervallo di confidenza al 95% 0.73-0.93; p<0.01).

Anche il terzo studio si è basato sull’archivio della UK Biobank e ha usato gli stessi criteri di definizione del consumo di caffè delle altre due ricerche. In più, sono stati considerati tre tipi di caffè: macinato normale, macinato decaffeinato o istantaneo. Sono stati individuati 73.027 consumatori di caffè macinato normale, 57.615 bevitori di caffè macinato decaffeinato, e 167.399 di caffè istantaneo. I loro dati sono stati confrontati con quelli di 84.494 persone che non bevevano caffè. Il consumo di 1-5 tazze al giorno di caffè macinato normale o istantaneo si è associata a una riduzione del rischio di presenza di aritmia, malattia cardiovascolare, malattia coronarica, scompenso cardiaco e ictus. Il rischio più basso in assoluto di malattia cardiovascolare si è associato alla fascia di consumo di 2-3 tazze al giorno di caffè macinato normale (rapporto di rischio 0.83; intervallo di confidenza al 95% 0.79-0.87) e istantaneo (rapporto di rischio 0.91; intervallo di confidenza al 95% 0.88-0.95). Il consumo di caffè macinato decaffeinato è risultato neutrale, cioè non ha aumentato o diminuito il rischio di aritmia e di malattia cardiovascolare, ma non di quello di scompenso cardiaco. I rischi di decesso da qualsiasi causa o da malattia cardiovascolare sono risultati ridotti per tutte le categorie di consumo di caffè, con un livello più basso di decesso da qualsiasi causa per il consumo di 2-3 tazze al giorno di caffè macinato normale (rapporto di rischio 0.74; intervallo di confidenza al 95% 0.69-0.79), istantaneo (rapporto di rischio 0.90; intervallo di confidenza al 95% 0.86-0.94) e macinato decaffeinato (rapporto di rischio 0.85; intervallo di confidenza al 95% 0.80-0.91). Tutte e tre le relazioni sono state statisticamente significative: p<0.01.

I tre studi sono stati eseguiti su casistiche molto ampie e con metodi rigorosi, quindi i loro risultati meritano molta attenzione e potrebbero cambiare le abitudini di chi è affetto da patologie cardiovascolari di vario tipo o è a rischio di svilupparle. Sarebbe comunque opportuno che chi rientra in queste categorie discuta con il proprio medico la possibilità di modificare le abitudini relative al consumo di questa bevanda.                                    

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