Infarto del miocardio nelle persone con scompenso cardiaco cronico

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Infarto del miocardio nelle persone con scompenso cardiaco cronico

Un gruppo internazionale di esperti ha valutato la gestione clinica e i risultati che essa ha prodotto in persone con un preesistente scompenso cardiaco cronico che avevano presentato un infarto del miocardio. Gli esiti della ricerca hanno evidenziato che questi quadri presentano caratteristiche specifiche.

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La relazione tra scompenso cardiaco e Sindrome coronarica è complessa. In particolare, tale Sindrome è la causa più frequente di scompenso cardiaco, ma l’infarto del miocardio, a sua volta conseguenza della Sindrome coronarica, si può presentare in soggetti nei quali lo scompenso è preesistente. Per fare chiarezza su come viene gestito quest’ultimo quadro e sugli esiti che la gestione stessa produce, Abramov e colleghi hanno eseguito uno studio su una casistica molto ampia. Sono stati analizzati tutti i ricoveri per infarto acuto del miocardio registrati nel Nationwide Inpatient Sample (campione nazionale dei ricoveri) dal 2015 al 2018 e sono stati suddivisi in quelli che avevano uno scompenso cardiaco con frazione di eiezione ridotta, quelli che avevano la stessa malattia con frazione di eiezione preservata e quelli senza scompenso cardiaco. Si sono valutati l’impiego dei trattamenti e gli esiti dei ricoveri. Su un totale di 2.439.639 ricoveri per infarto del miocardio, il 19.8% riguardava persone che avevano anche uno scompenso cardiaco con frazione di eiezione ridotta e l’11.9% la forma con frazione di eiezione preservata. Coronarografia e interventi di canalizzazione dei vasi coronarici sono stati eseguiti significativamente meno spesso (p<0.0001) nei casi di infarto con scompenso cardiaco: rispettivamente 36.6% e 17.4% nelle persone con scompenso cardiaco e con frazione di eiezione preservata, 51.1% e 24.6% in quelle con frazione di eiezione ridotta e 64.4% e 42.3% nei soggetti senza scompenso cardiaco. La frequenza di decesso è stata più alta nei casi di infarto sopravvenuto in persone con scompenso cardiaco: 10.3% in quelle con frazione di eiezione ridotta e 8.3% in quelle con frazione di eiezione conservata, rispetto al 6.4% in quelle senza scompenso cardiaco. Anche riguardo a questo esito, la differenza tra i casi con scompenso e quelli senza è stata statisticamente significativa: p<0.0001. Applicando un metodo statistico chiamato analisi multivariata si è osservato che il rischio di decesso era più elevato per i soggetti con scompenso cardiaco con frazione di eiezione ridotta (rapporto di probabilità corretto 1.27; intervallo di confidenza al 95% 1.26-1.29; p<0.0001), ma non per quelli con frazione di eiezione preservata.

Nelle conclusioni gli autori hanno evidenziato che lo scompenso cardiaco è una patologia preesistente che si rileva spesso nelle persone che sviluppano un infarto miocardico acuto. In presenza di tali quadri, si fa meno ricorso ad interventi invasivi per la ricanalizzazione delle arterie coronarie e si osservano esiti peggiori, specie quando la frazione di eiezione è ridotta.             

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