Farmaci per le malattie cardiovascolari e polmonite da COVID-19

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Farmaci per le malattie cardiovascolari e polmonite da COVID-19

Uno studio eseguito in Italia ha valutato la relazione tra il trattamento con inibitori degli enzimi che convertono l’angiotensina e con bloccanti del recettore dell’angiotensina da una parte e, dell’altra, gli esiti della polmonite interstiziale da COVID-19, in persone ricoverate. I risultati hanno indicato una relazione inversa tra l’assunzione cronica di questi farmaci e la gravità della polmonite.

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Il ruolo dei farmaci impiegati nella cura delle malattie cardiovascolari sull’evoluzione delle forme gravi di polmonite da COVID-19 è stato oggetto di dibattito e lo è tuttora. Per questo motivo, specialisti degli Ospedali di Trento e di Bologna hanno valutato l’effetto del trattamento con molecole che in vario modo modulano il sistema renina-angiotensina, come gli ACE-inibitori (ACE-I) o i bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARB), sugli esiti di forme gravi di infezione da COVID-19. È stato eseguito uno studio su malati ricoverati per polmonite da COVID-19 presso l’Unità di Medicina Interna dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Sono stati esclusi i soggetti con una possibile causa alternativa dell’insufficienza respiratoria, rispetto all’infezione da COVID-19. Sono stati raccolti dati clinici, farmacologici e di laboratorio al momento del ricovero e per tutta la durata dello stesso. I malati ricoverati sono stati curati con desametasone per via endovenosa, eparina a basso peso molecolare e ossigeno, somministrato con erogatore nasale o con maschera di Venturi. Tutti i casi sono stati seguiti fino a uno dei seguenti esiti: dimissione, trasferimento in terapia intensiva o decesso. I casi gravi sono stati definiti come Sindrome da crisi respiratoria acuta (rapporto tra pressione parziale di ossigeno nel sangue arterioso e frazione di ossigeno inalato [P/F] ≤ 100 mmHg/% oppure P/F ≤ 150 mmHg/% e frequenza respiratoria ≥ 26/minuto). Le persone che assumevano continuativamente ACE-I e ARB sono stati confrontati con quelli che non li assumevano, riguardo alla probabilità di essere trasferiti in terapia intensiva o al rischio di decesso. I rapporti di rischio si sono ottenuti con la regressione di Cox, corretta per vari fattori clinici. Dei 268 malati arruolati nello studio, 93 (35%, età media 68±13 anni, per il 67% maschi) sono stati trattati con farmaci modulatori del sistema renina-angiotensina (58% ACE-I e 42% ARB). Tra i due sottogruppi trattati con ciascuno dei due tipi di farmaco al momento del ricovero non ci sono state differenze rilevanti circa i parametri di laboratorio e quelli clinici. Come era previsto, i soggetti che assumevano queste terapie avevano una maggiore probabilità di essere affetti da ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e malattie ischemiche del cuore, per la cura dei quali essi sono indicati. Il 40% della casistica (108 malati) è stato trasferito in terapia intensiva durante il ricovero a causa di una grave insufficienza respiratoria. Di essi, 24 (9%) sono deceduti. Il rischio che durante il ricovero si verificassero il trasferimento in terapia intensiva o il decesso è stato minore nelle persone in cura con gli ACE-I e con i ARB, rispetto a quelli che non li assumevano (rapporto di rischio corretto per età e sesso: 0.57; intervallo di confidenza al 95% 0.37-0.80), anche dopo correzioni per varie altre comorbilità (rapporto di rischio pienamente corretto: 0.44; intervallo di confidenza al 95% 0.26-0.74). Sono deceduti 7 malati (7.5%) nel gruppo trattato con i farmaci modulanti il sistema renina-angiotensina (ACE-I o ARB) e 17 (9.7%) tra quelli che non li assumevano. Ciò ha determinato una riduzione significativa del rischio di decesso (rapporto di rischio pienamente corretto: 0.69; intervallo di confidenza al 95% 0.18-1.90) nel primo gruppo rispetto al secondo. Il rischio più basso in assoluto, nell’ambito del gruppo che assumeva i farmaci, si è osservato per chi era in cura con i bloccanti del recettore dell’angiotensina (rapporto di rischio: 0.50; intervallo di confidenza al 95% 0.28-0.92), rispetto a chi riceveva ACE-inibitori (rapporto di rischio: 0.82; intervallo di confidenza al 95% 0.51-1.32).                 

Nelle conclusioni gli autori hanno evidenziato che, nella loro casistica, c’è stato un rapporto inverso tra terapia con ACE-inibitori e con bloccanti del recettore dell’angiotensina ed evoluzione peggiore della polmonite da COVID-19, vale a dire che chi riceveva questi prodotti aveva meno rischio di decesso e di trasferimento in terapia intensiva.   

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