Come ottimizzare la cura dello scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta

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Come ottimizzare la cura dello scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta

Una revisione della letteratura ha affrontato il problema dell’applicazione nella pratica clinica delle raccomandazioni delle Linee Guida sulla gestione dello scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta. Ne è emerso che tutt’ora tale trattamento non è diffuso come dovrebbe e futuri studi dovranno guidare l’ottimizzazione dell’applicazione in clinica della terapia quadrupla proposta dalle Linee Guida.

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Considerando l’elevato rischio di esiti negativi che si possono verificare nelle persone con scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta, sarebbe opportuno che questi quadri fossero trattati tempestivamente con la terapia medica raccomandata dalle Linee Guida, per ridurre morbilità e mortalità provocate da tale malattia. Questi documenti hanno sottolineato la necessità di avviare precocemente e in maniera rapida i trattamenti che producono benefici all’apparato cardiovascolare in queste forme di scompenso, ma nella pratica quotidiana varie barriere si possono frapporre all’approccio che prevede la somministrazione della terapia quadrupla, che comprende: inibitori del recettore dell’angiotensina-neprisilina, i betabloccanti, gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi e gli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2. Succede, infatti, che, nonostante un’ampia quota dei malati con scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta non abbia controindicazioni nei confronti dei farmaci sopra elencati, nella pratica clinica quotidiana non in tutti i casi viene somministrata la terapia quadrupla. Un trattamento di questo tipo, iniziato tempestivamente a dosi ridotte, tende a essere ben tollerato dalla maggior parte delle persone nelle quali è indicato, ma non è del tutto definito il modo in cui essa debba essere adattata tenendo conto delle caratteristiche del singolo soggetto. Tra queste sono rilevanti l’emodinamica, cioè la funzione di pompa svolta dal cuore, la fragilità dell’individuo da curare e i valori degli esami di laboratorio che si eseguono in questi casi. Un altro aspetto per il quale si ritiene ci siano ampi margini di miglioramento, è quello della gestione dello scompenso cardiaco acuto nel corso dei ricoveri. Infine, non bisogna tralasciare l’opportunità di sospendere eventuali cure che non abbiano chiari benefici sulla funzione cardiovascolare, allo scopo di ridurre il numero dei farmaci da assumere e il rischio degli effetti indesiderati che essi possono provocare. Nell’articolo, con l’aiuto di tabelle, si illustrano alcune soluzioni per attivare la terapia quadrupla nei diversi quadri clinici. Ad esempio, per lo scompenso cardiaco acuto, si propone di interrompere gli ACE-inibitori e i bloccanti dei recettori di tipo 1 dell’angiotensina al momento del ricovero, continuando i betabloccanti e iniziando, nel corso della degenza, gli inibitori del recettore dell’angiotensina-neprisilina, gli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 e gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi. Due diverse procedure vengono indicate, rispettivamente,  per lo scompenso cardiaco cronico che compare in persone già in cura per altre malattie cardiovascolari e per i quadri nei quali questa patologia compare non preceduta da altre patologie.

Nelle conclusioni gli autori hanno sottolineato che la terapia quadrupla per lo scompenso cardiaco tuttora non è sempre applicata. Per ampliarne la diffusione hanno raccomandato l’esecuzione di studi prospettici eseguiti nei malati con scompenso cardiaco cronico a frazione di eiezione ridotta.                     

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