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L’intolleranza agli alimenti? Non esiste

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L’intolleranza agli alimenti? Non esiste

Due contributi, pubblicati sulla rivista dell’Organizzazione Mondiale dell’Allergia (in inglese World Allergy Organization Journal), riportano questo titolo provocatorio che, ovviamente, non intende negare che ci siano forme di intolleranza agli alimenti, ma che piuttosto vuole evidenziare la grande confusione che oggi si fa nel comunicare su questi argomenti.

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Ivan Vandenplas introduce il suo contributo sottolineando come, oggi, personale sanitario e malati condividano la tendenza a fare confusione fra ipersensibilità verso alcuni cibi, vere e proprie intolleranze e allergie. Egli continua spiegando che quello che espone è un suo personale punto di vista, forse perché si aspetta che in tanti possano criticare le sue affermazioni, ma non esita a proporre un cambiamento nella terminologia usata in questo campo. Secondo lui, si dovrebbe applicare la definizione generica di “sintomi provocati da alimenti” a tutti quei quadri nei quali l’introduzione di alcuni cibi provoca, ad esempio nei bambini, ad esempio: coliche, stipsi o altri disturbi. Le definizioni di intolleranza o allergia dovrebbero essere attribuite solo ai casi nei quali esami e prove di riconosciuta affidabilità abbiano confermato la presenza dei rispettivi meccanismi patologici. Al contrario, nella pratica medica quotidiana si tenderebbe, secondo Ivan Vandenplas, a “saltare alle conclusioni”, senza applicare un corretto percorso di diagnosi. Il rischio? Quello di creare malattie e malati inesistenti e di applicare modificazioni delle abitudini di vita e dell’alimentazione, senza motivazioni concrete.

Sullo stesso numero della rivista ha scritto un altro contributo Sten Dregorg. Anch’egli parte dalla considerazione che, mentre l’Organizzazione Mondiale dell’Allergia stabilisce chiaramente che l’intolleranza agli alimenti deve essere basata su meccanismi che non coinvolgono il sistema immunitario, alcuni medici usano indifferentemente il termine allergia e quello intolleranza per quelle forme di reazione al latte di mucca che provocano nei bambini dolori di pancia (coliche) e stipsi. A questa confusione sulla terminologia può conseguire l’applicazione di prove inadeguate per la definizione del problema e la diffusione dell’utilizzo di tipi di latte artificiale ipo-allergenici (cioè a minore rischio di allergie). Tali prodotti sono costosi, ma se veramente necessari si giustifica il loro impiego. Secondo l’autore del contributo, però, la confusione fra intolleranza e allergia al latte di mucca ne favorisce un consumo non necessario.

Sicuramente i contributi di questi due specialisti otterranno l’obiettivo, che si propongono, di suscitare un acceso dibattito. La speranza è che dalla discussione emergano indicazioni che facciano chiarezza e aiutino tutti a capire meglio se un’allergia o un’intolleranza “vera” c’è e quindi a curarsi e a modificare le proprie abitudini solo se necessario.

Tommaso Sacco

Fonti:

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