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Allergie alimentari nei bambini: nuovi approcci possibili

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Allergie alimentari nei bambini: nuovi approcci possibili

Negli ultimi decenni le allergie agli alimenti e l‘anafilassi sono diventate più frequenti nei bambini. Contemporaneamente, sono stati fatti anche grandi progressi nel campo della diagnosi, permettendo di individuare, più spesso che in passato, l’allergene responsabile e consentendo di adottare soluzioni che evitino le reazioni più gravi. Un recente articolo, di un gruppo di studiosi italiani, fa il punto sulle novità in ambito diagnostico.

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Una volta individuata con certezza la presenza di un’allergia, il principio di base della sua gestione sarebbe sempre quello di evitare l’alimento che la provoca. D’altra parte, questo può avere un impatto negativo sulla nutrizione del bambino che, dovendo crescere e svilupparsi, ha bisogno di un’alimentazione completa ed equilibrata. Inoltre, pur adottando una dieta di esclusione , non sempre si riesce ad evitare un contatto imprevisto con l’allergene, ad esempio mangiando fuori casa. Infine, va considerato che molte allergie alimentari guariscono nel corso dei primi anni di vita del bambino e quindi sono un problema solo temporaneo. Per tutti questi motivi è necessario eseguire controlli ed esami periodici, per seguire nel tempo l’evoluzione dell’allergia.

Una revisione della letteratura, condotta da Comberiati e colleghi, ha evidenziato quali siano al momento attuale gli esami diagnostici più efficaci e in che direzione si stia orientando la ricerca.

Nel caso in cui si sospetti un’allergia alimentare nel bambino, la prima cosa da fare è una visita accurata da parte di uno specialista. Gli esami più affidabili per la ricerca degli allergeni alimentari sono il prick test e il patch test. In alternativa, si usa la ricerca delle IgE specifiche (per le quali si usa l’acronimo sIgE). Un ruolo importante, nella definizione della presenza dell’allergia a un determinato cibo, ha il challenge test, in italiano test di scatenamento: questo esame evita di dover eliminare dalla dieta alimenti per il solo sospetto che possano causare allergia, ma comporta un rischio di shock anafilattico e va quindi eseguito solo sotto stretto controllo medico.

Stanno inoltre emergendo nuove procedure che paiono essere promettenti. Tra queste, Comberiati e colleghi citano in primo luogo la CRD (dall’inglese Component Resolved Diagnosis, Diagnosi Risolta dal Componente). Si tratta di una metodica che permette l’analisi della produzione anomala di IgE in reazione alle singole componenti di un alimento che provoca allergia. Questo permette di verificare, in modo molto specifico, quale sia la singola componente responsabile della reazione allergica. Un’altra metodica che la ricerca sta valutando è l’induzione della tolleranza orale specifica (in inglese Specific Oral Tolerance Induction: SOTI). Questo approccio prevede la somministrazione dell’alimento che provoca l’allergia aumentandone la quantità giorno per giorno, sempre sotto stretto controllo medico. In questo modo si induce poco per volta la tolleranza immunitaria verso gli allergeni in questione.

Quando introdotte nella pratica clinica, queste nuove metodiche potranno migliorare la gestione dei bambini con allergie alimentari. In parallelo, è fondamentale portare avanti un lavoro di informazione sull’anafilassi e il suo trattamento indirizzato sia ai bambini allergici sia ai loro famigliari.

Testi a cura della redazione scientifica Editamed

Fonte: Diagnosis and treatment of pediatric food allergy: an update; Italian Journal of Pediatrics 2015;41:13

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