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Diagnosi dell'allergia agli alimenti

La diagnosi delle allergie agli alimenti è difficile e può essere molto complessa formularla con certezza. Non è un caso che quando casistiche di individui in precedenza etichettati come allergici, senza essere stati sottoposti alle prove necessarie, vengono studiate in modo corretto si conferma la diagnosi di allergia alimentare solo in un caso su sei. Questo vuol dire che cinque su sei hanno affrontato sacrifici, spese e limitazioni alla loro alimentazione senza averne bisogno.

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La diagnosi delle allergie agli alimenti dovrebbe basarsi su un’accurata analisi clinica. E’ importante ricostruire la storia delle reazioni che si sono verificate, approfondendo il tipo di alimento che le ha provocate, anche in reazione alla quantità introdotta. Un aspetto molto importante, per la definizione della relazione fra cibo introdotto e manifestazioni cliniche, è quello del tempo che è intercorso fra l’assunzione dell’alimento e la comparsa di segni e sintomi. Infine, vanno prese in esame tutte le manifestazioni cliniche della reazione, non soltanto quelle localizzate all’apparato gastrointestinale.

Se dalla raccolta delle informazioni sopra indicate  si può ipotizzare una reazione allergica (mediata o no dalle IgE) è opportuno indirizzare il paziente ad un centro allergologico per effettuare gli esami necessari ad individuare il meccanismo e soprattutto la sostanza responsabile.  La diagnosi delle allergie alimentari mediate dalle IgE si basa soprattutto sulle prove cutanee (il classico prick test) e sugli esami ematologici (RAST). Un tipo particolare di prova cutanea spesso usata nelle allergie alimentari, soprattutto con frutta e verdura,  è il “prick by prick” (traducibile in italiano con “puntura per puntura”), nella quale l’ago che si usa per pungere la cute del paziente non viene immerso in un flaconcino contenente un estratto commerciale dell’alimento, bensì proprio nell’alimento fresco. Le prove cutanee sarebbero gli esami di prima scelta, mentre il RAST può essere effettuato quando la prova cutanea non sia praticabile.  Spesso nella diagnosi dell’allergia alimentare si ricorre alle “diete di eliminazione”. Vengono rimossi dalla dieta alcuni alimenti, secondo vari tipi di criteri, e se nel giro di 15 giorni i sintomi scompaiono, gli alimenti vengono reintrodotti gradualmente, uno alla volta, in modo da ottenere una conferma clinica della diagnosi. Infine, nei casi dubbi, si ricorre alle prove “di scatenamento”: al paziente viene somministrata la sostanza (alimento o additivo) che si sospetta provochi la reazione allergica e si verifica se essa compare o no. Si tratta di una prova che comporta un certo rischio, per cui deve essere effettuata sotto stretto controllo medico.

 Nel caso invece si sospetti una reattività allergica che non coinvolge le IgE, gli esami da fare sono di diverso tipo e comprendono endoscopie dell’intestino.  Diete e prove di scatenamento trovano spazio anche nella diagnosi di questo tipo di reazioni, ma la certezza diagnostica di malattie come il morbo celiaco si può avere solo verificando la presenza del caratteristico aspetto dell’intestino, all’endoscopio e successivamente con osservando i campioni di tessuto intestinale al microscopio. A troppe persone viene oggi attribuita una diagnosi di malattia celiaca, con tutto quello che ne consegue, senza che si sia dimostrata con certezza la sua presenza.

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